martedì 13 gennaio 2009

THEY DID


GRANDI VOCI DELLA GIUSTIZIA





LE BRET: Sta' calmo ora, sta' calmo, mantieniti.



CIRANO: Mantieniti? Sussulto già fulmineo di fremiti congeniti! Voglio un'intera armata da estinguere in un niente! Ho più cuori che braccia, e non mi è sufficiente spaccare in due dei nani, mi servono giganti!





Francis è abituato a picchiare, a difendersi.


Francis è nato ad Hoboken dove essere figlio di italiani è normale ma resta comunque un peccato. Anche quando diventi il più grande interprete musicale del secolo.


Ora che è ricco è famoso più di chiunque altro è comunque abituato alla diffidenza, a farsi giustizia con le sue mani. Sinatra beve, gioca, frequenta donne di ogni genere e se gli fai la domanda sbagliata non chiama l'avvocato ma potresti assaggiare il suo pugno destro.


Frank è un cattivo, un prepotente però ha un senso della giustizia e dell'amicizia  più profondo di molte delle persone a cui ha rotto il muso.


Sinatra ha bevuto, come tante altre volte ed entra al "Copacabana" come tante altre volte: è il numero uno di Las Vegas ed i locali fanno a gara per averlo nelle serate e tra i tavoli dei casinò.


Questa volta, però, c'è qualcosa di diverso. C'è un negro con lui. Le guardie del corpo riconoscono entrambi: chi non conosce Sinatra e Davis Jr.? Magari molti hanno in casa i loro vinili ma nessuno vorrebbe in quel locale per bianchi un "colorato": "Non ha senso ma non è razzismo" direbbero: "E' che se un locale è per bianchi è così è basta. Ci può essere anche un negro educato ma poi ne vorranno arrivare altri cento e se si comincia a farne entrare uno dopo è la fine"


I tavoli si fermano; la gente si volta e li guarda di traverso; chiamano altre persone.
I buttafuori li invitano ad uscire e intervengono altri responsabili ma Frank finge di non capire il problema.
Lui è il numero uno": se entra Sinatra entra anche il suo migliore amico. In pochi secondi il sangue va alla testa, il cantante dagli occhi blu spacca tavoli, affronta gli omono che vogliono fermarlo e volano botte, succede di tutto.
Lui uno contro cento come Cirano alla porta di Nesle.


"Mafioso!"


Urla qualcuno


"Amico dei negri!"



Per stasera Frank ha perso e con qualche livido di troppo ma per gli avversari è una vittoria di Pirro.


Sammy Davis Jr. sarà in breve tempo un utente abituale dei casino di Las Vegas se vogliono ancora avere il Rat Pack di Sinatra tra i loro ospiti.








In un'altra parte dell'America un altro uomo, in maniera diversa sta cantando la sua vita e la sua canzone contro l'odio.


Anche lui ha fatto i soldi con la musica, tanti soldi ed i suoi dischi sono i più celebrati del momento. E' talmente famoso da essere stato soprannominato "King" come capita a volte ai più celebri artisti di colore. Tanto apprezzato da vendere più di Sinatra.


Nat "King" Cole nel 1948 può già comprarsi una bellissima casa in uno dei migliori quartieri di Los Angeles. Non ci sono altri "neri" in quel posto.
Qualcuno lo minaccia velatamente: tentano di intimidirlo tutte quelle inutili teste che hanno la fortuna di abitare al fianco di uno dei più grandi geni musicali del '900 e la fortuna magari di ascoltare il suo pianoforte e la sua voce che incantava il mondo.


Nat non ha paura: otto anni dopo terminerà addirittura un concerto ferito e sanguinante dopo un attacco e tentativo di rapimento sul palco e per tutta la vita si rifiuta di esibirsi in locali in cui non possono entrare neri.


I vicini, riuniti in associazione, cercano di essere chiari con lui:


"Non vogliamo persone indesiderabili nel quartiere"


"Neanche io - risponde -  e se vedo che qualche indesiderabile si trasferirà qui, sarò il primo a lamentarmi."





Sammy_Frank_Alone_nat_king_cole_2

giovedì 18 dicembre 2008

A GIORNI MIGLIORI

SPERANZE DI UN CARCERATO


Anche oggi

arance quasi rancide per rancio

eppur, per opere perfette perseguire

il patto è di mangiare questo piatto:

per un futuro fonte di fortuna e

ancora mesto, 

mastico l'amaro.


 

lunedì 24 novembre 2008

CINDERELLA, NOVEMBER 2008

UNA  FAVOLA


Ricordo che c'era un principe, una sera

era molto freddo e lei stava per piangere: mi pare avesse perso una scarpetta

ma il Principe la prese tra le sue braccia, la consolò  e mangiarono insieme.

Infine giunse una fatina buona che li portò ad una festa dove ballarono tra tante persone

si divertirono molto e la fatina buona ed il principe le asciugarono le lacrime sorridendo.

Era una fanciulla speciale, la più incantevole del Reame

Poi la favola finisce,

lei prende il treno

e il Principe torna al suo castello

 

Non so, io la ricordo così: è così che deve essere andata.

anzi, ora che ci penso ricordo altro:

lui prova la stretta scarpina persa da Lei a tutte le fanciulle del Regno ma nessun piede riesce a calzarla.

Per cui il principe preferisce attendere il suo ritorno e finalmente, un giorno, la rivede ed è il giorno più bello

e la scarpina entra in quel piede alla perfezione.

poi, però, 

Lei parte ancora, prende il treno

e il Principe ritorna al suo castello.


 


 


 

mercoledì 29 ottobre 2008

CRESCIUTI NEL CORTILE

I BAMBINI DI VICOLO MARCHI



Queste righe sono dedicate ad una vasta generazione di ragazzi cresciuti nel "cortile" delle periferie cittadine. Uso il termine tra virgolette ed in maniera impropria perché dovrei parlare più di isolato ma da bambini si diceva sempre "Vado giù in cortile": non c'erano altri termini per definire lo spazio tra due o tre strade nel quale tutti i pomeriggi nel doposcuola (tutto il giorno nel fine settimana) si raduvano tre, cinque e minuto dopo minuto 20 o 30 bambini dalle case intorno.


Ho parlato di generazione "vasta" perché nei cortili, giocando a nascondino tra le auto o calciando il "Supertele" per dodici ore consecutive sono nati quelli degli anni 60, 70, 80 e nei loro racconti ci sono tanti punti in comune.


Il nostro cortile a Zola Predosa fu "Vicolo Marchi", probabilmente l'unico quartiere storico di un paese cresciuto troppo in fretta intorno ad uno dei più grossi centri industriali della provincia. Una piccola città che aveva attratto migliaia di persone di tutte le estrazioni sociali che, a prezzi ancora abbordabili, avevano colonizzato in massa la periferia bolognese i primi anni'70.


Io vivevo tra i grandi palazzi della vicina Via Dante ed appena si poteva, con qualche amico, si correva in quel Vicolo che costeggiava il fiume Lavino alla ricerca di misteri ed incontri. A quell'epoca i giochi elettronici esistevano già ma non potevano competere con quello che c'era fuori: ci voleva troppo tempo o forse solo troppo disturbo per montarli sul televisore di casa e comunque dopo un po' si usciva ugualmente. Si stava dentro solo quando pioveva, forse nemmeno ed i cartoni animati erano ad orari precisi: c'era tempo per tutto.


Vicolo Marchi significava, come anticipato, andare prima di tutto al fiume: non era bello e ripulito come adesso, anzi, dove scendevamo noi ragazzi c'era una vera e propria discarica abusiva (una delle tante all'epoca) che però era fonte di scoperte e ritrovamenti. Mi ricordo che anche trovare in terra un tappo a corona di quelli con le bandiere del mondo disegnate era un piccolo tesoro da riportare a casa. Anche una pietra strana o un bastone potevano esserlo.


Ma nel Vicolo abitavano anche i "vecchi", i veri abitanti storici di Zola che vivevano lì da chissà quanto. Noi andavamo tutti i giorni a casa loro, a vedere i loro oggetti antichi, ad ascoltare le storie così lontane nel tempo. Avevano sempre qualcosa da dirci, i vecchi ed era una singolare contrapposizione tra persone che parlavano quasi esclusivamente in dialetto e noi bimbi, a Zola quasi tutti figli di meridionali immigrati o comunque non nati a Bologna, che capivamo tutto nonostante una lingua che avremmo imparato solo col tempo.


E poi le partite di calcio interminabili, mille contro mille o uno contro uno in campi troppo grandi o troppo piccoli, sempre di cemento, quasi sempre con muri al posto di porte o due giacche a vento gettate a terra al posto dei pali. Spesso utilizzando il coloratissimo "Supertele" dalle traiettorie fantasiose perché nessuno aveva il "Tango" (sempre in plastica ma pesava un po' di più). Sempre con il più "scarso" in porta (per lo più io) e tutti con addosso gli stessi vestiti con cui si andava a scuola o a passeggio e non le maglie dei propri beniamini che ci limitavamo a  nominare durante l'azione a mo' di telecronisti.


Generazioni di bimbi che avevano molto da dirsi: che la sera prima in televisione avevano visto tutti lo stesso film e gli stessi spot, che avevano quasi tutti genitori ancora non separati anche se con mille problemi e l'affitto da pagare. Bimbi senza cellulare che guardavano alla finestra: tanto prima o poi spuntava qualcuno e lo si raggiungeva in due secondi giù per le scale. Anche noi un po' vittime della pubblicità ma si era abituati a non avere tutto, a non dover comprare tutto ciò che poteva piacerci.


Si urlava "macchinaaaa!!!!" e tutti si spostavano e lasciavano passare lentamente una Prinz che ai tempi delle Ritmo sembrava già un relitto. SI saltava tra gli elastici, si correva più di Dorando Pietri, ci si nascondeva per ore in luoghi dove nessuno poteva trovarti e saltando fuori dal nascondiglio ci si rendeva conto che il gioco era finito da un pezzo.


Il cemento, l'asfalto era l'ambiente di quelle periferie anni '70, '80: si giocava tra le auto in sosta, si correva da un lato all'altro della strada. Persino i veri cortili delle case, anche quelli privati, venivano ricoperti da gettate di cemento che sembravano più pulite ed ordinate dei prati. Sembrava che il verde fosse qualcosa di poco sano, da relegare in parchi alberati non troppo vicini alle case.


Infine, dopo il fango o la sabbia, sporchi e grondanti di sudore, a volte ci si infilava negli studi di "Telezola", sicuramente una delle prime reti commerciali e locali italiane dove capitava che ci ospitassero in diretta in piccoli show pomeridiani e dove i nostri genitori erano costretti a vergognarsi di vedere all'improvviso i loro figli sudici negli apparecchi televisivi.



Anche qui mi abbandono alla musica. Vorrei proporvi due meravigliose canzoni che secondo me rendono bene l'idea di quell'ambiente, dell'infanzia tra i cortili, per quanto scritte da persone con qualche anno più di me.



Infatti forse un po’ per punizione
che ci batte in testa il sole
nonostante la tettoia
Non credo che nessuno ormai si stupirebbe
se un bambino gli chiedesse
a cosa serve una grondaia?
A cosa servono i palloni
incastrati sotto le marmitte
a ricordare quando fuori
si giocava fra le 127

Che vita !
Ah puoi dirlo sento sempre il peso
di un ricordo appeso al collo
Che vita !
Pietro Mennea e Sara Simeoni
son rivali alle elezioni…


(Samuele Bersani, "Che vita!")



ed un'altra canzone qui sotto che ha evidenti riferimenti politici e non storico nostalgici...ma per il principio per cui ognuno vede poi in una poesia ciò che vuole...io ho rivisto un pezzo della mia infanzia e, ahimé, anche del mio presente al di là del reale contesto della canzone


Mamma c'ha il cuore debole ma la voce è di tuono,
Mamma c'ha il cuore debole ma la voce di tuono.
Ci guarda con il megafono dall'ultimo piano,
promette un castigo, minaccia un perdono.
E noi siamo tutti in fila davanti al bagno,
e noi siamo tutti in fila davanti a un segno,
e noi siamo tutti al fiume a trasformare l'oro in stagno.
Ma prima di aver finito faremo un buco nell'infinito
e accetteremo l'invito a cena dell'Uomo Ragno.




(De Gregori, la ballata dell'Uomo Ragno)



 


 


lunedì 6 ottobre 2008

ANCHE IO SUGLI ANNI '80

DAI DEAD OR ALIVE A KARATE KID


Da circa dieci anni è in corso, in Italia, un forte processo di rivalutazione degli anni '80 dal punto di vista sociale, artistico e culturale in genere.


Tutte quelle pettinature strane e colorate, quei vestiti originali, quella musica pop e punk così orecchiabile. Quella sensazione di benessere forse illusoria e l'informatica che per la prima volta entrava nelle nostre case insieme alla tv a colori. I telefilm indimenticabili ed i cartoni giapponesi. I filmacci italiani di serie B. Il Drive In che tanto ci faceva ridere tutti ed a rivederlo ora mi chiedo se fossimo più imbecilli di chi applaudiva Hitler cinquanta anni prima.


La mia opinione globale sugli anni '80 (peraltro non richiesta) è:


 



10 PRINT "PAOLO"


20 GOTO 10



 


 


 

IN ALTRE PAROLE

QUANDO IL BUON VECCHIO


"I LOVE YOU"


E' PIU' CHE SUFFICIENTE



Come spiegare l'amore a chi non lo comprende?


Come spiegare i sentimenti con le parole?


Sappiamo quasi tutti che le parole sono realmente insufficienti a chiarire un concetto che richiede cinque sensi per essere completo.


Eppure le parole ci servono in amore: abbiamo un bisogno incredibile di poesia di canzone e di recitazione. Bisogno di ascoltare, di comprendere anche l'amore altrui per raffrontarlo al nostro.


Tante volte tra queste pagine ho scritto riguardo la canzone d'amore. Giorni fa un'amica si è espressa con questi termini: "Ormai le canzoni d'amore mi hanno stancato"


Beh......molte canzoni d'amore hanno stancato anche me.....


Un celebre autore e musicista, parecchio tempo fa, rispose ad un'affermazione del genere di un suo amico e collega così:


 


You think that people would have had enough of silly love songs.
But I look around me and I see it isn't so.
Some people wanna fill the world with silly love songs.
And whats wrong with that?
I'd like to know, cause here I go again



Il brano era corredato da una cinquantina di provocatori "I love you".


Ma in questo caso parliamo di un'epoca, gli anni '70, in cui scrivere testi non "sociali" o non di protesta era considerato un delitto.


Per farla breve, la maggior parte delle canzoni d'amore hanno stancato anche me ma solo perché vengono scritte per vendere dischi.


L'amore non puoi descriverlo, puoi solo raccontarne gli effetti.


Mi meraviglio molto di chi in vita sua ha letto poco o niente, ha ascoltato "davvero" poche persone raccontarsi e poi scrive canzoni di successo vuote, senza una storia. Mi sembra ovvio: chi non sa ascoltare non sa raccontare.


Anch'io cerco l'originalità nei testi: in poesia come nella canzone. Non un'originalità forzata ma quella di chi parla di sé stesso perché non esistono due persone con le stesse storie e gli stessi sentimenti. Oppure l'originalità di chi sa capire le parole degli altri, i racconti degli amici e sa trasformarli in immagini forti, belle perché la poesia non è un romanzo e non è una descrizione ma un insieme di immagini in parole che formano un quadro nel quale ognuno vede un po' ciò che vuole purché sia bello, purché susciti emozioni. Per fare questo ci vuole anche tecnica ma questo è un discorso complesso che non interessa più al giorno d'oggi.


Nonostante la ricerca dell'originalità ci sono brani che lasciano a bocca aperta anche quando sono estremamente semplici. Poche parole, dolcezza e la voce giusta che, guardacaso, è spesso quella di F.A. Sinatra.



FLY ME TO THE MOON


Fly me to the moon
And let me play among the stars
Let me see what life is like
On Jupiter and Mars




In other words, hold my hand
In other words, baby kiss me


Fill my heart with song
And let me sing forever more
You are all I long for
All I worship and adore
In other words, please be true
In other words, I love you


In other words, hold my hand
In other words, baby kiss me
In other words, please be true
In other words
In other words
I-I love you





 


lunedì 29 settembre 2008

DREAM A LITTLE DREAM OF ME

VOCE DI DONNA


 






Tra i pensieri o i ricordi più belli che posso avere nella mia vita c'è quello di una donna che canta per me.


Sia una bimba che intona una filastrocca o una ragazza di qualunque età: è una sensazione meravigliosa.


Ricordo me stesso sdraiato su un pavimento: ascoltavo una bimba che giocava con le sue bambole accanto a me mentre cantava una semplice musichetta


e nella mia dormiveglia sognavo fosse la figlia che non ho mai avuto.



Su una spiaggia due amiche cantavano con me ma io mi fermai per ascoltarle semplicemente: perché era bello fossero in quel momento lì per farmi sentire la loro voce e la loro musica.



Ed ancora in una piazza, un'altra meravigliosa amica dagli occhi grandi e dalla voce che muoverebbe il cuore alla persona più insensibile interpretava un brano che parlava di me...



Se nella voce di un uomo, nelle sue vibrazioni come nel dolore mi posso riconoscere


quella di una donna è l'amore stesso, è la dolcezza, l'incanto: è un energia diversa che però avvolge, incuriosisce ed anima.



Quando una voce straordinaria, perfetta, si unisce ad una canzone scritta con la parte più profonda di noi e con un animo che si trasferisce anche sulle note e non solo sulle parole


nasce un concerto semplice


ed il capolavoro, l'arte.


Nel 1968 nacque il primo singolo da solista di "Mama" Cass Elliot: di certo una delle interpretazioni che più ho amato in assoluto. Ho amato pure quella voce e quella donna, scomparsa prima che io fossi in grado di intendere e di volere


il tono rilassato ma intenso, le parole e quella melodia


alla sera, prima di dormire, 


sono un balsamo che dona sonni regali, pace.


 


 



DREAM A LITTLE DREAM OF ME



Stars shining bright above you,
Night breezes seem to whisper, "I love you";
Birds singin' in the sycamore tree;
Dream a little dream of me...

Say "nighty-night" and kiss me,
Just hold me tight and tell me you'll miss me;
While I'm alone and blue as can be,
Dream a little dream of me...

Stars fading, but I linger on, dear,
Still craving your kiss;
I'm longing to linger til dawn, dear,
Just saying this:

Sweet dreams til sun beams find you,
Sweet dreams that leave our worries behind you;
But in your dreams, whatever they be,
Dream a little dream of me

Stars fading, but I linger on, dear,
Still craving your kiss;
I'm longing to linger til dawn dear,
Just saying this:

Sweet dreams til sun beams find you,
Sweet dreams that leave our worries far behind you;
But in your dreams, whatever they be,
Dream a little dream of me


 


MamaCass7