lunedì 27 aprile 2009

COME RIDEVAMO


LE BARZELLETTE DEI BAMBINI







Dopo tanto tempo mi voglio dedicare ad una delle “mie” classifiche toccando ancora una volta il tema dell’infanzia. Propongo qui la classifica delle barzellette infantili non elencando semplicemente le barzellette più celebri degli anni 80 (ovvero di quando ero bambino io) bensì quel tipo di battute, freddure e comicità proprie di quell’età che si raccontano e si raccontavano diecimila volte agli stessi compagni di classe ridendo sempre come se fossero mai sentite; con quel gusto speciale che si prova quando all’interno del gruppetto che si raccoglie in cerchio per ascoltare si aggiunge anche una sola persona che ancora non le ha mai udite prima.



A parte i colmi, e i “sai come fa un?” che raccolgo in un’ unica voce in questo elenco …… ricordo barzellette mal raccontate, con difetti ed errori nei finali che dovrebbero inibire totalmente le risate o addirittura vicende completamente inventate da chi le raccontava e quindi senza senso ma che contenevano una parola o una situazione che poteva suscitare riso (un uomo chiuso in bagno, un vampiro che non trova sangue, un mostro che ha paura)

Un classico erano i 3 tentativi (i primi due falliscono, il terzo ha successo o viceversa) che in alcune nostre interpretazioni personali diventavano 4, 5 o 6 prolungando l’attesa all’infinito. Se in genere questo prolungamento distrugge una barzelletta, a quell’età rendeva invece il tutto ancora più eccitante.

Perché da bimbi non capitava mai di dire o pensare: “E’ una barzelletta stupida” “Non mi fa ridere!” . Chiunque raccontasse barzellette era l'eroe del momento: l’importante a quell'età è ridere e vedere un compagno farlo per primo diventa sufficiente per essere contagiati tutti. Il motivo non è importante.

Forse eravamo più saggi allora.





IL FANTASMA FORMAGGINO

Evito di raccontarla, credo che la conoscano anche i muri. I soliti italiano, francese e tedesco….i soliti primi due tentativi che falliscono e l’italiano che riesce nell’impresa con un escamotage poco comprensibile ma che a scuola ci faceva molto ridere.

Il problema, riascoltandola in età adulta, è che nessuno sa in quale parte d’Italia esista la leggenda di questo fantasma. E' un problema reale perché davvero non comprendo il significato, l’ironia della barzelletta se tale personaggio fantastico non fosse già noto a tutti con questo nome al di là della storiellina. 
Se ci pensiamo l’unico motivo di riso consisteva nella rima finale che però si basa su un nome, “formaggino”, che nessuno conosce….

Per dovere di blogger devo almeno citare la ben nota e straordinaria canzone del gruppo “Elio e le storie tese” costruita intorno a questa assurda vicenda.



I NOSBARI

Un cacciatore da Safari torna ogni giorno dalla caccia (ovviamente i soliti tre giorni ovvero tre tentativi) dopo aver ucciso una lunga serie di belve tra cui i misteriosi “Nosbari”. Chissà perché gli interlocutori del protagonisti chiedono informazioni su fatti strani sempre e solo il terzo giorno....ad ogni modo alla classica richiesta tardiva di spiegazioni si scopre come i “Nosbari” siano indigeni imploranti che lui scambia per animali.

La barzelletta non è priva di humour e di senso come la precedente ma è terribilmente razzista. E’ sempre stata raccontata anche tra adulti in passato (Ormai non più, troppo inflazionata) ma credo sia un po’ sciocchina. E’ stata infine il cavallo di battaglia di un personaggio che fu regina delle barzellette infantili, una vera icona della fine degli anni ’80: Robertina di Telemike (la Tv poco politically correct di quegli anni)



MAMMA MAMMA SENZA MANI!

E’ il bambino in bicicletta che si vanta delle sue prodezze….prosegue con “Mamma mamma senza piedi” ed infine, dopo un probabile incidente “Mamma mamma fenfa denti…..”
Ogni commento è superfluo


LA RANA DALLA BOCCA LARGA

Meravigliosa barzelletta. Questo è humour per tutte le età! Dalla mia infanzia a oggi rimane una delle più carine e divertenti anche se tra adulti non si racconta più. Ci sono sempre i soliti tre, quattro tentativi con questa rana rompiscatole che si presenta ad animali della foresta molto pazienti. Lo scambio di battute finale con il leone “che mangia le rane dalla bocca larga” mentre la prima si affretta a stringere la bocca modificando la parlata è di un’ilarità incredibile. C’è anche un minimo di teatralità che richiede “mestiere” in chi la racconta.



L’ITALIANO IL FRANCESE E IL TEDESCO SULL’AEREO   ne ricordo mille versioni o meglio ricordo di averne sentite così tante tutte simili. Il finale lo sapete già: dopo che i primi due si sono gettati e quindi immolati per salvare tutti i passeggeri (pronunciando frasi in rima altamente patriottiche) l’italiano se la cava con un paracadute o qualcosa di simile e con strofe assai meno eroiche. Noi ci sentivamo più furbi di tutti gli stranieri nel sentire questi finali ma credo che le stesse storie potrebbero divertire anche francesi e tedeschi ridendo della nostra furberia da “Simpatici Mariuoli” quali in fondo (e tristemente) siamo.

La genialità creativa che ha contraddistinto la nostra storia è ora indirizzata verso l'aggiramento delle regole e l'evitare i problemi senza affrontarli. Anche nelle barzellette.


MAMMA SONO VELENOSO?

E' il serpentello piccolo alla mamma a domandarlo insistentemente. Alla fine si scopre che il motivo della curiosità è che si è morso la lingua. Simpatica e divertente.



UN UOMO ENTRA IN UN CAFFE’: SPLASH

E’ curioso come questa freddura assolutamente geniale e poi caduta in disuso dopo una popolarità storica fosse poco comprensibile dai bambini stessi che amavano raccontarla. Non che sia complessa in generale ma è di un ironia sottile, non immediata: il gioco di parole è di altri tempi perché un bambino di oggi ma anche di venti, trenta o quaranta anni fa non sa che "caffé" è sinonimo di "bar". A me divertiva la semplice immagine del signore che non poteva essere così piccolo da entrare nella tazzina....penso mi facesse ridere questo....

Un adulto la poteva raccontare solo ai tempi di Petrolini e oggi è solo usata come esempio, come battuta per antonomasia. Provate però a dirla al momento giusto, in una serata mentre i vostri amici sono già propensi alla risata e un po’ avanti con il vino…..l’effetto è devastante.



SAI COME SI CHIAMA IL MINISTRO DEI TRASPORTI CINESE? FURG – GON – CIN!

(e vari nomi curiosi associati all’origine ed alla professione del soggetto inventato)

Parlo di tuttte quelle freddure che cominciavano con “Sai come si chiama….?” E più spesso con “Sai chi è il più grande………..?”

E forse era più celebre il saltatore CIN CHAN PAY    ma il personaggio fantastico di cui sopra è stato anche recentemente citato in una pubblica conferenza da un più adulto presidente del Consiglio di una nazione europea suscitando il riso di pochissime persone che hanno conservato l’ilarità della loro infanzia o che più probabilmente hanno perso il rispetto di sé stesse per accrescere quello verso i loro superiori….

In questa categoria vorrei assimilare anche i colmi che sono davvero passati di moda tra “i grandi” negli ultimi vent’anni. Probabilmente si è esaurito il filone dai tempi di Bramieri e D’Apporto….



C’E’ UN MUTO CHE DICE AL SORDO: EHI! C’E’ UN CIECO CHE CI SPIA!

No comment

E no politically correct….. ma si rideva tanto per questa stupidaggine!



LA BARZELLETTA SPORCA

Quale sia non importa…..molte erano completamente diverse dall’originale o perché i grandi ne inventavano versioni leggermente censurate o perché non comprendendole anche in questi casi, le forzavamo noi per trovare un senso. Spesso si trattava solo di escrementi, più raramente c’erano riferimenti sessuali. Era il momento “società segreta” per noi bambini…il suono della parola finale “zozza” valeva più di tutto il testo della storiella o della sua interpretazione. La raccontava sempre il ragazzino più spettinato, casinista, indisciplinato: quello più “avanti” che aveva imparato prima degli altri il segreto di “come nascono i bambini” e che conosceva più parolacce di chiunque altro…..


venerdì 10 aprile 2009

MI RIPETO, VISTA L'OCCASIONE....

LETTERA DI PASQUA



Salve a tutti,

mi presento, io mi chiamo Pasquale
sono un agnello.

Così giovane e già tante cose da dire......
ho recitato in diversi spot per LIP, Woolite e milioni di persone mi hanno visto e si sono intenerite davanti alla mia immagine.
Quanti bambini hanno pensato: "Come vorrei un agnellino così tenero, morbido, carino, piccolo"

EPPURE:
Eppure, anche quest'anno la stessa storia: milioni di confratelli, forse anch'io.....verso un destino di sangue.

Ci allevate in spazi angusti, ci depilate a forza e infine facciamo compagnia alle patatine......

A volte mi chiedo:

1)perché le colombe sono di pasta e mandorle
e gli agnelli sono veri?

2) Abbiamo chiesto un'alternativa per Pasqua e ho sentito dire che si possono mangiare anche gli "ovini kinder".
Ma sappiate che noi compiangiamo anche i nostri fratelli tedeschi, non solo gli ovini italiani.

INSOMMA, QUEST'ANNO, FATE UN' OPERA BUONA:

Ammazzate dei conigli, si fa meno fatica e , detto tra noi, mi stanno anche un po' su.
(tra l'altro non fanno lana, hanno un'ottima carne e sono notoriamente vigliacchi)

Quest'anno, a Pasqua, uccidi anche tu un coniglio: farai felice un agnello!

grazie

Buona Pasqua


PASQUALE AGNELLO
sindacato giovani ovini

venerdì 27 marzo 2009

ALLA RICERCA DELLA PIETRA VERDE...

UN SOGNO


 


Cercavano un grosso smeraldo, non grezzo anzi tagliato come si taglia un diamante.


Tanti, tutti contro uno


io.


Una foresta tropicale, come un set cinematografico ma non sono riusciti a prendere me e nemmeno lo smeraldo e si sta facendo tardi, sta diventando buio. Deve esserci una logica, quell'oggetto deve trovarsi in un posto particolare


ma non si trova e quel gruppo si arrende e sale su una jeep


termino anch'io la giornata ed esco dalla jungla......fuori di lì...ed appena fuori è città...una città italiana forse del centro Italia


magari una delle tante rimaste nella memoria dei miei viaggi nella vita reale.


Io li ho anticipati, sono lungo una strada e mi sto sistemando quando loro mi sfrecciano davanti e forse mi riconoscono. Sicuramente lo fanno così comincio a scappare, senza agitazione perché io mi muovo in ogni spazio come loro non possono.


eppure mi ritrovano, come avessi un segnalatore addosso. Entro in un palazzo e salgo le scale, c'è una porta aperta, musica e mi ritrovo in mezzo ad una festa, una specie di club pieno di adolescenti. Entrano anche i miei inseguitori ed io vado su un terrazzo scendendo all'esterno da una grondaia in modo molto semplice. Sono ancora sulla strada e loro dietro.


Un altro palazzo, nessuno alle mie spalle: secondo piano, un appartamento a caso aperto e poi ancora fuori dalla scala antincendio e cortili, vicoli. Nessuno mi insegue più.


Non hanno trovato lo smeraldo: per il momento il loro unico obiettivo è catturarmi. Forse uccidermi.


Torno nel primo palazzo, in mezzo alla festa dei ragazzini che potrebbe essere l'ultimo posto dove cercarmi. Una ragazza mi riconosce e ricorda che ero inseguito da quegli uomini così si propone di aiutarmi.


Devo proprio avere un segnalatore addosso perché i miei nemici stanno salendo le scale. La ragazza mi fa nascondere in una stanza ma è come se sapessero sempre dove sono e due di loro entrano e mi trovano. Faccio appello alla loro umanità: possono far finta di non avermi mai visto ma uno mi risponde con un classico "c'ho famiglia" e poi i suoi compari sono dietro la porta e nelle altre stanze....non possono ignorarmi.


Sono pronto a combattere, sono l'eroe, li posso affrontare tutti


ma non ho forze, non riesco più a muovermi e mi bloccano facilmente.


C'è sempre una soluzione.... così parlo a tutti loro:


"Signori! Voi non avete trovato lo smeraldo perché l'ho trovato io


ma non lo avrete perché il sogno finisce qui ed io svanirò con la pietra...."


 


ed il sogno finisce.....


e solo io so dove ora sia la pietra.....


ma questa è un'altra storia, più complessa....


 


 smeraldo_C

venerdì 13 marzo 2009

GLI ALBERI E LE ROCCE CHE FURONO LA MIA CASA

TARZAN


 


Tra poco sarà l'alba


e vorrei non essere un uomo. Vorrei essere solo aria pensante e mescolarmi al fresco degli alberi di questo parco in collina, nel calore del mio corpo e della coperta che ho avvolta intorno a me.


La Luna è quasi piena e le sto raccontando quello che scrivo qui. Le racconto me stesso.


Vorrei poter vedere ancora il mondo dall'alto come quando la foresta era la mia casa e le bestie la mia famiglia. Come quando dormivo tra gli animali e gli alberi


ma la vita vuole rubarci il tempo e la libertà. La mia speranza è proprio combattere per riprendermi ciò che ho perso: il cielo stellato, i canti degli animali, i suoni della natura


ed il pensiero che lavora nel silenzio


il dolore che cala perché c'è meno dolore nella carezza della notte, c'è consolazione


ed il pensiero per quanto profondo trova le parti migliori, quassù in alto


trova le soluzioni ed il conforto e non cerca il dolore assoluto. Dentro me non sono quel che vedete, dentro me sono ancora il signore della Jungla.


Ma ecco il Sole, si ricomincia.


 


 

venerdì 20 febbraio 2009

ANCORA DELLO SCRIVERE...

PERCHE' SCRIVIAMO, PERCHE' CANTIAMO?



Sentiamo sempre il bisogno di scrivere
altrimenti saremmo bestie
e chi non scrive si esprime comunque in altre maniere, in quelle che meglio gli riescono.


Quando canto voglio mostrare qualcosa: forse, tante volte, vogliamo far vedere che abbiamo tecnica


o voce


io voglio farvi vedere che ci sono io, in quella canzone, esattamente come nei personaggi che creo quando prendo in mano una penna.



Perché scriviamo?
Personalmente io mi dedico alla scrittura perché l'enoteca di fronte a casa mia è sempre chiusa.

lunedì 9 febbraio 2009

POESIA

COS'E' MAI QUESTA POESIA?



Non c'è vita senza arte. Questa è la realtà. Mi legassero mani e piedi e mi tappassero la bocca reciterei a mente, a rotazione tutti i brani, i versi e le musiche che conosco e ricordo.


Si rotoli nel fango e si accomodi da Trimalchione chi non ha in sé un moto per bellezze superiori.


E non c'è arte senza vita, senza l'uomo ed il suo spirito che cerca altro e non si abbandona alla quotidianità. Quanto più è difficile, oggi, che si vive in un mondo di bestie e di egoismo. Se non c'è amore per il mondo non c'è amore per l'arte.


E la poesia cos'è? Dov'è?


Forse è nei versi confusi e spezzati di un adolescente acceso dagli occhi di una coetanea?


Individuo passione ed ispirazione ma è solo metà poesia. Chi la scrive piangerà rileggendola ma io non piango ricevendo la cronaca confusa di un dolore già ascoltato. Non sarà la voce più impostata a trasformarla in arte. Chi non possiede l'arte usa parole già sentite, parole non proprie e chi le legge non può capire, non può individuare la peculiarità di quel dolore.


C'è forse poesia nelle rime forzate, nei neologismi eccessivi e negli avverbi poco credibili di qualche falso intellettuale dal vestito bizzarro e colorato?


Potrei rimpiangere l'adolescente inquieto.


Datemi musica nelle parole, i versi devono scivolare via nella lettura ed il ritmo delle strofe come il suono delle parole devono accompagnarne il significato senza contrapporsi, senza forzature e stonature.


L'ispirazione nasce in un minuto, l'arte richiede cura. Io non credo alla poesia nata e finita: se mai qualcuno ha composto un capolavoro alla prima stesura è un genio e se qualcuno crede di essere un genio rifletta. Un minuto per avere in testa tutto, ore, forse giorni per trovare l'esatta parola, il suono perfetto che tutti possano udire. Musica, sensazioni forti: una sola parola al posto sbagliato e si interrompe la forza


o la musicalità.


Moto interiore più tecnica. non esiste arte senza entrambe le componenti.


Bisogna avere qualcosa da raccontare


ed è necessario sapere come farlo, avere gli strumenti.


 


 


E chi non ama leggere, chi non si è nutrito dei più grandi geni della scrittura e dei versi non disturbi il prossimo con le sue composizioni ché chi non sa ascoltare nemmeno può sapere scrivere.


Ed allora: passione, realtà, abbandono dell'ipocrisia ma anche capacità di trasformare sentimenti in parole ed ancora musica, intenzionalità, cura e senso estetico. Come in una pittura perché chi pensa che una penna sia più semplice di un pennello sta tenendo in mano un coltello, in realtà. Sta pugnalando la carta.


Voglio forse dire che molti non hanno il diritto o non dovrebbero scrivere poesia? Tutt'altro: credo invece sia da incoraggiare l'abitudine alla scrittura di ogni genere purché non si abba la pretesa di definirla artistica, purché si sfugga dall'autocelebrazione di chi poeta potrebbe diventarlo, un giorno o di chi invece non potrebbe mai esserlo ma lo diventa andando a capo in maniera diversa rispetto alla scrittura narrativa. Magari con belle frasi ad effetto in stile aforisma.  Il confondere gli aforismi con l'arte e la poesia è proprio una delle mode degli ultimi anni.


Ma, in contraddizione con quanto detto penso sia necessario anche il coraggio di mostrare la propria arte, sia essa sublime o mediocre. La voglia di scrivere fine a sé stessa ma realizzare qualcosa che possa e debba essere letto da chiunque, con gli occhi ed il cuore.


Mi spiego: tutti hanno il diritto di esprimersi, di comporre e di mostrare


non si pretenda, solo, di potersi definire artisti in quanto in possesso di una penna carica di inchiostro e di un supporto cartaceo. 


La mia non vuole essere una lezione di filosofia ma una riflessione scritta. La mia idea sull'argomento.


E non parlo da artista quale non sono ché perlomeno ben conosco i miei limiti


però non potrei vivere senza leggere certi versi, senza scriverne di miei.


Non è un luogo comune dire che non sarei davvero vivo senza il conforto della poesia.


 


 


LEISURE


What is this life if, full of care,
We have no time to stand and stare.
No time to stand beneath the boughs
And stare as long as sheep or cows.
No time to see, when woods we pass,
Where squirrels hide their nuts in grass.
No time to see, in broad daylight,
Streams full of stars, like skies at night.
No time to turn at Beauty's glance,
And watch her feet, how they can dance.
No time to wait till her mouth can
Enrich that smile her eyes began.
A poor life this if, full of care,
We have no time to stand and stare.


                                   W.H. DAVIES



Perugino

lunedì 2 febbraio 2009

LA SECONDA POSSIBILITA'

L'AIUTO



Meno del solito.

Aveva bevuto molto meno del solito eppure aveva perso il controllo dell'auto

e aveva perso anche l'uso delle gambe. Del suo corpo rimaneva ben poco di utilizzabile: lo avevano salvato con tre interventi chirurgici.

Era ancora vivo. Aveva rischiato la pelle chissà quante volte in vita sua, preso anche coltellate nello stomaco, botte in galera fino a sanguinare ed essere ricoverato ma nell'istante in cui l'auto uscì dall'asfalto a 100 chilometri orari credette fosse finito tutto.

In quella frazione di secondo, credendo fosse l'ultimo suo secondo, riuscì a realizzare una fotografia della sua inutile vita: un flashback come nel peggiore dei film.

Nemmeno sapeva perché fosse ancora in vita: a nessuno interessava dello schifo di uomo che era. Nessuno poteva sapere che odiava sé stesso per tutto quello che aveva fatto e che era cambiato anche se a volte era stato ancora costretto a rubare. Però aveva smesso di usare droghe pesanti ormai da mesi e aveva trovato un lavoro. Gli sembrava impossibile perché non aveva mai davvero lavorato in vita sua e sembrava impossibile che in fondo gli piacesse, nonostante la sua mente e il suo corpo si rifiutassero di lavorare. Testa bassa, ritmo lento, non pensare. Non pensare a cosa sei stato, a quelli che dicevano di essere amici, ad aver commesso crimini che i primi tempi sembravano scherzi, prove di forza e dopo erano diventati normalità, necessità. Quegli stessi semplici crimini che ora lo facevano sentire una bestia. Testa bassa, gira la chiave, metti il pezzo, non pensare.

Non era certo diventato un santo ma non poteva togliersi dalla mente certi momenti, lo schifo del potere nelle sue mani, due omicidi inutili e una vita che voleva diversa anche se ancora non sapeva bene come.

Trovarsi ora impotente, bloccato, handicappato a vita e dolorante in un letto d'ospedale gli parve quasi una consolazione anche se non un'espiazione. Ora almeno era protetto da quel mondo orrendo di cui lui stesso era stato un altrettanto orrendo ingranaggio.

Il carcere non aveva cancellato niente. Entrò in galera convinto di non aver fatto niente di così esagerato. Dopo il processo e negli ultimi anni, invece, aveva visto su di sé il male, il dolore inutile: aveva visto la sua stessa cattiveria riflessa nello specchio di esseri umani come lui e si era sentito un mostro. Aveva letto, sentito, ascoltato e vissuto su sé il dolore che per tutta la vita aveva causato agli altri. Aveva vendicato la sua infanzia orrenda su chi non ne aveva colpe.


Uno schifo. Tutto. Uno schifo. Ora almeno c'era silenzio. Dolore ma silenzio. Sofferenza ma non violenza: nessuno lo odiava in quel luogo e lui non odiava più. Nessuno.

Nessuno

e a nessuno poteva più interessare di lui. Amici non ne aveva: poteva crederlo un tempo ma erano mostri come lui e non avevano bisogno di un paralitico piagnone in un letto d'ospedale. In verità era contento di non rivederli.

Eppure, quel volontario che veniva quasi tutti i giorni ad accudirlo: sembrava che a lui importasse qualcosa di essere lì. Lo salutava tutti i giorni, lo chiamava per nome quando non poteva rispondere e cercava di capire dagli occhi la risposta chiedendo "Come va oggi? Meglio?". Conosceva solo il nome: "Roberto" ed immaginava fossero più o meno coetanei.Una faccia già vista, forse, ma il dolore, i ricordi annebbiati, la poca voglia di sforzarsi a ricrdare non lo avrebbero eventualmente aiutato a riconoscerlo.

Neanche fosse un parente: ogni volta che poteva era lì, talvolta solo per venirlo a trovare e dirgli due parole ma più spesso si prendeva cura di lui in ogni modo; fosse anche per cambiarlo e pulirlo. Non parlava mai di sé piuttosto dava parole di incoraggiamento o comunicava miglioramenti, notizie avute dai medici.

Il ricoverato ancora non era in grado di parlare e non lo sarebbe stato ancora per diverso tempo. Il suo mento e parte delle ossa facciali erano stati ricostruiti. Quando fu possibile sbendarlo cominciò ad emettere qualche gemito o vocale per comunicare i bisogni primari aiutandosi con l'espressione degli occhi. Fu allora che tentò di capire, di comunicare con quel volontario dopo diversi mesi.

 "Eh....eh.....ooh! Ehoh"   pronunciò poco alla volta, con sforzo ma senza agitazione

L'uomo in piedi lo fissò, soddisfatto di quei primi segni o tentativi di comunicazione
"Tu vuoi sapere cosa faccio qui? - ed attese un cenno degli occhi dell'uomo -

forse è ora che te lo dica,  forse è arrivato il momento che tu sappia.

Non sono un infermiere, non sono nemmeno un volontario e neppure autorizzato. Mi sono finto tuo parente per poterti accudire, sono venuto qui così tante volte i primi giorni in cui eri in coma che nessuno dopo ha pensato di verificare chi fossi"

Gli occhi dell'altro cercavano inutilmente di capire come potesse finire quella strana storia. Il battito cardiaco aumentò in attesa di chissà quale rivelazione al momento inmmaginabile.

"Il mio nome avrebbe dovuto aiutarti: Roberto. Ma se ti dico Santi Roberto sono certo che capirai subito. Sono un po' cambiato: barba, pochi capelli ma anche il tempo, il dolore..."

Lo guardò più intensamente e solo a sentire quel nome si ricordò di aver già visto anche il suo volto.
"Ora sai chi sono ma anche se volessi mandarmi via, cosa non semplice viste le tue possibilità di comunicare, ti chiedo di non farlo. Penso anzi che non lo farai".

Dieci anni prima. Un furto che diventa un omicidio. Nessuna speranza: soldi subito o ti avrebbero fatto secco. Un assassinio inutile: coltellate per nervoso e paura a una ragazza e al suo fidanzato che nemmeno avevano reagito. Fu arrestato il giorno dopo. Letizia morì, Roberto Santi guarì abbastanza presto da essere presente al processo.

E ora, proprio l'omicida, poteva riconoscere la sua vittima seduta al suo fianco. Cambiata moltissimo, anche invecchiata con tutta quella barba ma era proprio lui.


Passarono tre giorni di silenzi

poi un altro gemito, appena accennato e a volume basso: "Eheh....eheh, Ih !"

L'altro lo guardò, dritto in piedi: guardò quegli occhi che esprimevano tutto l'assurdo di quella situazione.

"La penso ancora, sai. Sono passati otto anni ma non mi sono più fidanzato. Penso che lo farò, un giorno ma prima devo togliere il troppo dolore che mi porto dentro per quello che tu hai fatto. La sua foto è nello stesso posto, di fianco al letto e un'altra sulla libreria. In soggiorno il calendario è lo stesso, fermo a quella data di aprile: l'ultima volta che ci siamo abbracciati. Il dolore è uguale ma voglio fare qualcosa, voglio tornare a vivere. Non intendo dimenticarla ma ho diritto di vivere."

Silenzio

"Ti ho odiato, all'inizio. Ti ho odiato come non si può di più. Il carcere non era abbastanza, niente era abbastanza: avrei voluto strapparti il fegato con le mie mani, strangolarti fino a vederti crepare. Ho anche provato, quando sei uscito dal carcere la prima volta. Ti ho fatto seguire, pedinare: ho pagato per sapere che vita facevi, ho seguito i tuoi spostamenti e movimenti per capire dove e come potevo distruggerti, ammazzarti. 
Poi, però, ho visto. Ho visto con i miei occhi che non eri più lo stesso, che la sofferenza aveva forse distrutto anche te. Ho visto filmati recenti in cui lavoravi, cambiavi frequentazioni. Non sapevo cosa fare. Ho urlato, ho pianto. Volevo giustizia. Volevo smettere di soffrire."

Silenzio

"Vendetta Giulio,

vendetta.

Questa è la mia vendetta. Ti avessi ammazzato come un cane avrei continuato a piangere, magari in galera e per sempre. Mi sarei rovinato ancora una volta la vita ma io ho diritto a una seconda possibilità.

Forse anche tu ne hai diritto. Ora che sei qui dentro.

Vendetta.
Lei era inerme quando l'hai colpita, quando le hai tolto la vita.
Tu eri inerme quando ho visto tirare fuori il tuo corpo dall'auto che stavo seguendo, tirato fuori dai medici che io stesso avevo chiamato

e sei inerme ora. Immobile, fisicamente distrutto e in tutto questo tempo sono l'unica persona che ti è venuta a trovare:
sei più solo di me.

Prendermi cura di te è la mia vendetta, la mia seconda possibilità di vivere.

Lasciarmelo fare finché sarai qui dentro sarà la tua espiazione, la tua seconda possibilità."