giovedì 19 maggio 2016

QUASI POESIA

IL CIELO TERSO


Per prime, al mattino presto, giunsero le nubi a velare un poco il Sole.
 

Per secondo arrivò un forte vento a spazzarle tutte, a mostrare il profilo delle colline
 

E il cielo terso



lunedì 25 aprile 2016

ARMENIAN GENOCIDE

ILS SONT TOMBÉS


24 Aprile, 
proprio il giorno precedente il ricordo della Liberazione Italiana dall'Occupazione Nazista, si ricorda una delle vicende più drammatiche del XX Secolo (che in quanto a drammi si è fatto mancare ben poco) : Il Genocidio Armeno da parte dell'Impero Ottomano.
Circa un anno di deportazioni ed eliminazioni con un numero indefinito di testimonianze e prove che fanno arrivare il numero dei morti "programmati" a una cifra vicina al milione e mezzo.
La Turchia, ancor oggi, non riconosce tale evento: lo ha minimizzato come una serie di casi isolati anche di fronte alle evidenze, fino al punto di ricorrere in molti casi a fenomeni simili al Negazionismo.
Le altre Nazioni, l'Europa a volte hanno ricordato, evidenziato ma altre volte hanno avuto paura di offendere il popolo turco, di urtare la suscettibilità dell'alleato. Come se nascondere i fatti volesse dire cancellare i morti.
In Turchia parlare di "genocidio Armeno" è un reato punibile con la reclusione da sei mesi a due anni.

Ma il sangue non si può negare, non si può nascondere, come il Cuore Rivelatore di Allan Poe batterà nelle nostre teste e nelle nostre coscienze per tutti gli stermini, per tutti i Genocidi e per chiunque, anziché combattere sul campo le sue inutili Guerre, ha preferito in ogni parte del mondo ammazzare donne, bambini e innocenti per eliminare interi popoli 

April 24, just the day before the memory of the Italian Liberation from Nazist Occupation, Armenians remember one of the most dramatic events in the Twentieth century : The Armenian Genocide by the Ottoman Empire. About a year of deportations and removals with an indefinite number of testimonials and evidences they do get the number of "programmed" deads close to a million and a half.Turkey, to this day, does not recognize this event: it downplayed as a series of isolated cases even in the face of evidence just like an "Holocaust denial".Other nations, Europe sometimes have remembered, but other times highlighted they were afraid to offend the turkish people, bumping the ally susceptibility. Just as if to hide the facts meant to delete the dead.In Turkey, to talk about "Armenian genocide" is a crime punishable by imprisonment from six months to two years. But the blood can not be denied: you cannot hide, like"The Tell-Tale Heart" by Allan Poe will beat in our heads and in our consciousness for all the exterminations, genocides and for everyone who, rather than fighting on the ground his useless war, preferred to kill women, children and innocents to eliminate a whole People. 

A raccontarlo, lascio che sia uno dei miei cantanti e autori preferiti: 
Charles Aznavour




 Ils Sont Tombés sans trop savoir pourquoi 
Hommes, femmes et enfants qui ne voulaient que vivre . 
Avec des gestes lourds comme des hommes livres
Mutilés, massacrés les yeux ouverts de effroi 

Ils Sont Tombés en invoquant leur Dieu Au seuil de leur église ou le pas de leur porte  
En troupeaux de désert titubant en cohorte Terrassés par la soif, la faim, le fer, le feu

Nul ne éleva la voix dans un monde euphorique
Tandis que croupissait un peuple dans son sang
Le Europe découvrait le jazz et sa musique Les plaintes de trompettes couvraient les cris d'enfants       Ils Sont Tombés pudiquement sans bruit
Par milliers, par millions, sans que le monde bouge Devenant un instant minuscules fleurs rouges    Recouverts par un vent de sable et puis d'oubli

Ils Sont Tombés les yeux plein de soleil Comme un oiseau qu'en vol une balle fracasse
Pour mourir ne importe où et sans laisser de traces Ignorés, oubliés dans leur dernier sommeil
Ils Sont Tombés en croyant ingénus Que leurs enfants pourraient continuer leur enfance
Que un jour ils fouleraient des terres de espérance

Dans des pays ouverts de hommes aux mains tendues
Moi je suis de ce peuple qui dort sans sépulture Que a choisi de mourir sans abdiquer sa foi
Qui ne a jamais baissé la tête sous le injure
Qui survit malgré tout et qui ne se plaint pas
Ils Sont Tombés pour entrer dans la nuit Éternelle des temps au bout de leur courage
La mort les a frappés sans demander leur âge

Puisque ils étaient fautifs de être enfants de Arménie

giovedì 7 gennaio 2016

L'ORA DI TORNARE A CASA - PARTE SECONDA

ALTRI RICORDI

Questo è un pensiero che ho ripescato dal mio blog per dargli un senso differente,
per modificarlo e per agganciarlo in qualche modo al mio stato d'animo di oggi 



Arrivava il momento, a casa di un amico o nel cortile dei palazzoni della mia prima infanzia, in cui eri obbligato a interrompere i tuoi giochi per obbedire al richiamo della mamma: era l'ora di tornare. Era tardi. 

Tra i ricordi più lontani di quell'epoca c'è di sicuro questo momento e una frase precisa, che magari non pronunciavo neanche ma che si formava nella mia mente: 

"Uffa, ho appena cominciato a divertirmi".


Capitava, a quell'età, di incontrare compagni di gioco occasionali, venuti da lontano: perché in visita di altri amici o perché in vacanza per qualche giorno
e con questi nuovi compagni a volte si creava un feeling speciale e immediato: come se ci si conoscesse da sempre e come a capire, in pochi minuti, che quel nuovo amico avrebbe lasciato un' impronta magnifica di sé per sempre, in me e negli altri compagni di gioco quotidiani

E quando il mio nuovo amico o amica (perché adesso è un'amica, quella che ho in mente) doveva tornare a casa o ripartire, io ero triste ma anche sicuro che sarebbe tornata


E allora , quando ero molto piccolo, dicevo: 

"Domani torni, vero?"

E lei rispondeva: 

"Certo! Domani continuiamo...."

Il giorno dopo lei non c'era e allora mi consolavo pensando che l'avrei incontrata ancora: da qualche parte nel mondo, un mese dopo, un anno dopo, dieci anni dopo.

"Torni, vero?"

E così, quella bambina grande che, quando neanche sapeva chi fossi, mi mise in mano la sua valigia da tenere nella mia auto, perché nella sua non ci stava; 
quella sconosciuta vicino a me al ristorante che scherzava e mi parlava come un amico di lunga data; quella bambina che una sera giocò con me a fare mia moglie e quella bambina con cui tutti noi giocavano a fare gli attori 
e ancora quella bimba che ha condiviso qualche volta il vino con noi e che raccontava tante favole buffe

quella bambina che ci faceva ridere tutti ora deve andare, deve tornare a casa e sembra sempre troppo presto quando chi gioca con noi deve tornare a casa.

"Uffa, proprio ora che cominciavo a divertirmi"

"Domani torni, vero?"

E ora che sono mesi che non ti vedo e che pensavo tornassi presto

vorrei solo dire:

"Domani torni, vero?"



mercoledì 30 dicembre 2015

CINDERELLA

UNA  FAVOLA




Ricordo che c'era un principe, una sera di tanti anni fa

era molto freddo e lei stava per piangere: mi pare avesse perso una scarpetta

ma il Principe la prese tra le sue braccia e mangiarono insieme.

Giunse poi una fatina buona dai capelli dorati che li portò a una festa dove ballarono tra tante persone.

Si divertirono molto e la fatina buona e il principe le asciugarono le lacrime e le ridonarono il sorriso.

Era una fanciulla speciale, la più incantevole del Reame.

Poi la favola finisce: lei prende il treno

e il Principe torna al suo castello.


Non so, mi pare che sia andata così, anzi: ora che ci penso accadde altro, forse il finale era diverso.


Ecco, ora ricordo meglio: lui prova la stretta scarpina persa da Lei a tutte le fanciulle del Regno ma nessun piede riesce a calzarla.

Per cui il principe preferisce attendere il suo ritorno e finalmente, un giorno, la rivede ed è il giorno più bello

e la scarpina entra in quel piede alla perfezione.


poi però

Lei parte ancora, prende il treno

e il Principe ritorna al suo castello.





giovedì 12 novembre 2015

MUSICA E COLORI

STORIE E VOCI






LE BRET: Sta' calmo ora, sta' calmo, mantieniti.




CIRANO: Mantieniti? Sussulto già fulmineo di fremiti congeniti! Voglio un'intera armata da estinguere in un niente! Ho più cuori che braccia, e non mi è sufficiente spaccare in due dei nani, mi servono giganti!




Francis è abituato a picchiare, a difendersi.
Francis è nato ad Hoboken dove essere figlio di italiani è normale ma resta comunque un peccato. Anche quando diventi il più grande interprete musicale del secolo.

Ora che è ricco è famoso più di chiunque altro è comunque abituato alla diffidenza, a farsi giustizia con le sue mani. Sinatra beve, gioca, frequenta donne di ogni genere e se gli fai la domanda sbagliata non chiama l'avvocato ma potresti assaggiare il suo pugno destro.

Frank è un cattivo, un prepotente però ha un senso della giustizia e dell'amicizia  più profondo di molte delle persone a cui ha rotto il muso.


Sinatra ha bevuto, come tante altre volte ed entra al "Copacabana" come tante altre volte: è il numero uno di Las Vegas e i locali fanno a gara per averlo nelle serate e tra i tavoli dei casinò.


Questa volta, però, c'è qualcosa di diverso. C'è un negro con lui. Le guardie del corpo riconoscono entrambi: chi non conosce Sinatra e Davis Jr.? Magari molti hanno in casa i loro vinili ma nessuno vorrebbe in quel locale per bianchi un "colorato": "Non ha senso ma non è razzismo" direbbero: "E' che se un locale è per bianchi è così è basta. Ci può essere anche un negro educato ma poi ne vorranno arrivare altri cento e se si comincia a farne entrare altri è la fine"
Un conto è se vengono a cantare ma come ospiti in mezzo ai bianchi no, non è lo stesso!


I tavoli si fermano; la gente si volta e li guarda di traverso; chiamano altre persone.
I buttafuori li invitano ad uscire e intervengono altri responsabili ma Frank finge di non capire il problema.
Lui è il "Numero uno": nessuno può dirgli cosa deve o non deve fare e se entra Sinatra entra anche il suo migliore amico: non esistono neri, bianchi, italiani o portoricani. In pochi secondi il sangue va alla testa, il cantante dagli occhi blu spacca tavoli, affronta gli omoni che vogliono fermarlo e volano botte, succede di tutto.
Lui uno contro cento come Cirano alla porta di Nesle.

"Mafioso!"

Urla qualcuno


"Amico dei negri!"

Per stasera Frank ha perso e con qualche livido di troppo ma per gli avversari è una vittoria di Pirro.

Sammy Davis Jr. sarà in breve tempo un utente abituale dei casino di Las Vegas se vogliono ancora avere il Rat Pack di Sinatra tra i loro ospiti.

Anche perché Sinatra si comprerà presto l'intero locale


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In un' altra parte dell'America un altro uomo, in maniera diversa, sta cantando la sua vita e la sua canzone contro l'odio.


Anche lui ha fatto i soldi con la musica, tanti soldi ed i suoi dischi sono i più celebrati del momento. E' talmente famoso da essere stato soprannominato "King" come capita a volte ai più celebri artisti di colore. Tanto apprezzato da vendere più di Sinatra.


Nat "King" Cole nel 1948 può già comprarsi una bellissima casa in uno dei migliori quartieri di Los Angeles. Non ci sono altri "neri" in quel posto.
Qualcuno lo minaccia velatamente: tentano di intimidirlo tutte quelle inutili teste che hanno la fortuna di abitare al fianco di uno dei più straordinari interpreti del '900 e la fortuna magari di ascoltare ogni giorno da una finestra il suo pianoforte e la sua voce che incantava il mondo.

Nat non ha paura di nessuno: otto anni dopo terminerà addirittura un concerto ferito e sanguinante dopo un attacco e tentativo di rapimento sul palco e per tutta la vita si rifiuta di esibirsi in locali in cui non possono entrare neri.
I vicini, riuniti in associazione, cercano di essere chiari con lui:

"Non vogliamo persone indesiderabili nel quartiere"


"Neanche io - risponde -  e se vedo che qualche indesiderabile si trasferirà qui, sarò il primo a lamentarmi."




martedì 10 novembre 2015

I SOGNI DELLE SCROFE

LA VACCA, LE SCROFE E I SOGNI



“Che pensi?” chiese la Scrofa
che aveva le zampe affondate nel fango
alla Vacca vicina che stava fissando
le nuvole in alto, senza mangiare.

“Nel cielo lassù mi vorrei sollevare
- Rispose quell’altra, un po’ sospirante –
Il mio sogno è volare ma sono pesante
Così con la mente lo posso esaudire


E voi? Tra il cibo ed il fango di questo porcile
Avete voi scrofe un sogno speciale?”
“Li abbiamo anche noi – replicò l’animale -
Ma per realizzarli non abbiamo mai ali''.




lunedì 9 novembre 2015

LE PIACE SCIARE?



 IRONIA DELLA (S)ORTE


Nulla è totalmente privo di ironia.

E’ peculiarità dell’uomo coglierla, comprenderla, poterla narrare e reagire alle sue manifestazioni. Gli animali, i vegetali, i fenomeni naturali, l’Universo è costantemente attraversato dall’ironia ma solo noi umani possiamo davvero sorriderne.

C’è ironia persino in molte tragedie umane, per il modo o il momento in cui avvengono, pure nella catastrofe e qui ricordo con un sorriso quante volte i terremotati modenesi, seppure terrorizzati e nei guai, hanno saputo tirare fuori lo spirito migliore per non piangersi addosso e per risollevarsi il morale a vicenda.
E’ tipico di noi emiliani scherzare maledicendo il cielo e il destino

Anche nella mia vita, persino nei momenti più oscuri ho trovato paradossi che mi hanno provocato un riflesso muscolare involontario ai lati della bocca.

Si dice anche “Quando pensi di aver toccato il fondo, comincia a scavare”. Non è forse ironia?
 E allora, nei modi e nei tempi giusti, scherziamo su tutto: scherziamo su ciò che ci terrorizza, sui mostri della nostra infanzia fantastica e sui mostri reali della vita. Giochiamo con le parole e combattiamo anche quell’umorismo grossolano, razzista o maschilista che invade le nostre vite e che di ironia non ne ha un’oncia. L’ironia surclassa e annienta quelle sciocche risate di ignoranza che puntano a distruggere la dignità degli altri; le risate per infamare, per dividere, per deridere le diversità e le difficoltà o le deformità.

Per non essere mai sconfitti, nemmeno dall' invincibile falce della morte
ed è qui che voglio arrivare: alla grandezza di chi ha un moto di sfida persino al più imbattibile dei nemici

Come l’ironia un po’ involontaria di Filippide ad Atene, dopo la lunga corsa da Maratona:

“Gioite, abbiamo vinto!”

un attimo prima di terminare la sua esistenza per lo sforzo,



oppura quella altrettanto casuale di Jacques de la Palice:

Si il n'était pas mort, il serait encore en vie

che senza volerlo, per un’ incomprensione sul suo epitaffio, divenne celebre come simbolo di banalità e di ovvietà invece che per le sue gesta gloriose.



E' ironia tremenda e affascinante quella di Shakespeare che, nel momento più macabro e drammatico del Tito Andronico fa sì che Marco, fratello del protagonista, risponda allo stesso con una gaffe degna di una commedia moderna.

In un momento di sconforto, Tito, mutilato così come la figlia Lavinia, sembra quasi incoraggiarla a porre termine alla sua vita e quindi alle sue sofferenze. Marco lo rimprovera per queste dure parole:

"Via, via, fratello, non starle a insegnare a levar le sue mani con violenza contro la stessa sua tenera vita!"

TITO - Che! Il dolore ti ha rimbecillito?? .......... Qual violenza di mani può levare costei contro se stessa? ....
(le hanno mozzato gli arti)


Eppoi perché tanta tua insistenza sulla parola “mani”? 
Sarebbe come chiedere ad Enea di raccontar due volte la sua storia: di come Troia fu ridotta in fiamme!"




Ma l’ironia più vera e straordinaria è quella voluta: quella di chi cerca il riso tra le righe dell’amarezza. Di chi sa e vuole regalare buonumore nei suoi ultimi istanti

così come il grande Stan Laurel che, ormai immobile nel letto, pronunciò l'ultima frase prima dell'eterno riposo e disse alla sua infermiera:



«Mi piacerebbe essere in montagna a sciare».


e l'infermiera che lo seguiva gli chiese cortesemente:


«Le piace sciare, Sig. Laurel?».

«No, lo detesto, ma è sempre meglio che stare qui».