sabato 2 agosto 2014

FORSE, QUESTA VOLTA

UNA STORIA DI TANTO TEMPO FA


Tante ne ho cantate, di canzoni d'amore per orecchie che non sentivano note né parole.

Tante delle più straordinarie musiche del passato, di quelle epoche che io amo 
ma la mia voce sembrava tornare indietro, inutile.

Poi, quella sera, quella ragazza si prese il suo spazio. La vedevo solo io o forse ero l'unico che non la guardava abbastanza.  Che fosse bella non c'erano dubbi ma fu la sua voce a far cadere ogni porta. 
 Mi fece sedere e non dovevo fare molto altro: dovevo solo sorridere e guardarla e lei avrebbe cantato per me le parole più belle.

Quando prendi troppe legnate è difficile gettare il cuore oltre la Staccionata. Le relazioni diventano più che altro le migliori soluzioni possibili in quel momento. 
Ma forse, per 3 minuti, mi è sembrato davvero che lei potesse credere in me. 

Ciò che cercava lei era difficile da trovare. Se da un lato io non ero in grado di offrirglielo, lei non sarebbe stata capace di contraccambiare. 

Accadde tutto così all'improvviso che neanche capii cosa stesse succedendo intorno a me. Non capivo bene ma quelle parole entravamo in me come uno sciroppo, un fluido benefico.


L'amore non avrà fretta di fuggire 
Lui mi stringerà forte 
Sarò finalmente a casa 
Non più una perdente Come l'ultima volta 
e quella precedente 

Tutti amano un vincitore 
Quindi nessuno mi amava 
donna serena donna felice Questo è quello che desidero essere 
Beh, tutte le probabilità sono, sono a mio favore 
Qualcosa è destinato a cominciare Sta per succedere 
Forse questa volta vincerò.


Quel film che sto vedendo anche io, è lo stesso che vedi anche tu! Nello stesso momento ma in due luoghi distanti.   
Sarebbe così semplice, allora, se lo vedessimo insieme.

E ora anche io vorrei dire: "Tutti amano un vincitore, quindi nessuno amava me. Qualcosa è destinato a cominciare."

Qualcosa è destinato a cominciare, 

forse, questa volta. Forse.

O forse no. 

(POST DA COMPLETARE CON VIDEO)

giovedì 31 luglio 2014

LIQUIRIZIA

UN GUSTO PARTICOLARE


C'era un cestino, un centro tavola appoggiato sul centrino. 
Era uno di quei classici centro tavola che si usavano all'epoca: in vetro verde ma avvolto in un motivo di foglie intrecciate in ferro battuto. 
Era tanto grande o forse solo tanto più grande della mia piccolissima mano di bimbo che, quando si poteva, cercava un tesoro al suo interno:

le caramelle

Questa coppa veniva appoggiata con precisione al centro del tavolo solo al pomeriggio, dopo pranzo e io salivo su uma sedia, scala o una sedia e allungavo il braccio per pescare al suo interno se non volevo chiedere l'aiuto dei grandi. Ma certo non volevo: avrei perso il piacere di mescolare tutte quelle biglie dolcissime e colorate prima di poterle  vedere, per poi tirarne su una alla volta cercando di riconoscere al tatto la forma desiderata.
O cercando la fortuna per trovare il colore giusto. 
Rosso fragola. Giallo limone. Marrone caffè. Qualche Rossana, qualche menta. 
Il peggiore risultato era trovarsi tra le mani il colore blu: anice. 
A quel punto si rigettava il dolce, sgradito nel mucchio e la mano ripartiva a frugare.

Nonostante mi piacesse variare avevo dei punti fermi: speravo sempre di trovare una caramella a goccia marron: una caramella al caffè. 

Poi, un pomeriggio di domenica, forse di maggio quando si smetteva di comprare quei piccoli doni e la coppa cominciava a svuotarsi e ad essere piena più di incarti che di dolci
le mie mani sentirono pezzi molto piccoli, duri e cilindrici
erano numerosi tanto che ne pescai 4 o 5

li guardai ed erano

neri, nerissimi.

LIQUIRIZIA

Non sento più fragola né cerco l'arancio
non mangio limone o il frutto candito
ma allungo la mano e cerco soltanto
che afferri il confetto il mio piccolo dito

E dopo quel gusto, quel sugo, sorrido
e solo nel nero mi sento rapito
di gusto e profumo: è un nido
la bocca e accetto l'invito.

Non è una caramella, liquirizia:
un dono o un piacere da un minuto:
non è più una semplice amicizia

Piacere è nel guardarla, nel contatto
ma quale caramella ormai mi vizia
se solo in lei mi sento soddisfatto?



mercoledì 4 giugno 2014

LA BRUTTA ADDORMENTATA NEL BOSCO

ROSASPINA E IL PRINCIPE GIALLO


E se quel giorno, al Castello, le fate assenti fossero state più di una?

Parlo delle sette fate, quelle che avrebbero dovuto regalare alla futura "Bella Addormentata nel Bosco" quei doni speciali procurati dai loro incantesimi.

Ecco allora che sarebbero mancati alcuni di quei doni e benefici magici per la neonata Principessa: per esempio nessuno le avrebbe regalato la bellezza.

La fata cattiva però, quella non invitata... ah beh: quella doveva esserci per forza e allora la maledizione ricade ugualmente sulla povera Rosaspina: sarà punta da un fuso.

Il giorno che mi raccontarono la fiaba della Bella Addormentata conobbi per la prima volta questa parola, fuso, che io credevo potesse essere associata solo ai formaggini da sciogliere nel brodo. Come diavolo poteva esserci un fuso proprio in cima alla Torre se il Re li aveva banditi tutti? Beh, certo era strano ma anche da bambino capivo che nelle Fiabe c'era un disegno preciso, che poi avrei chiamato destino, al quale è impossibile opporsi. Il male deve accadere perché alla fine trionfi il bene: è Filosofia pura per tutte le età.

Ma ero partito da un'altra premessa e non voglio sviare troppo dall'argomento principale ovvero che

Rosaspina, crescendo, divenne brutta.

Non dico mostruosa o repellente come nelle peggiori stregonerie delle fiabe ma semplicemente brutta, non desiderabile secondo i canoni dell'epoca, con le forme irregolari di un fisico viziato dalla cattiva alimentazione a Palazzo e lo sguardo basso e timido dei suoi occhi piccoli. Il collo lungo, i capelli secchi e le orecchie a sventola.
Bruttarella. diciamo.

E allora quell'incantesimo centenario, l'immobilità perfetta di tutta la corte, lascia di stucco il Principe Azzurro che si presenta un secolo dopo nel bosco guidato dalla buona fata ma certamente non può colpirlo l'aspetto della fanciulla ferma come una statua: non è bella e non desidera baciarla. L'incantesimo, dunque, non si spezzerà. Magari, se sapesse che basta un bacio per renderle la vita, lo darebbe pure, lo darebbe anche solo per pietà ma non conoscendo la storia, l'istinto non gli suggerisce azioni particolari.

Ma poi no, dai! In fondo questa è una fiaba, cara Rosaspina e il destino deve compiersi anche nel caso che tu fossi davvero brutta.

E allora accade che questo principe sia semplicemente arrivato il giorno sbagliato, troppo presto e che invece, dopo cento anni esatti, arrivi un altro Principe. Questa volta è uno di quelli che è in viaggio da una vita non per cercare una vacanza o uno svago dal Padre nervoso e potente ma proprio perché ha scelto di vivere così. E' un Principe in eterna ricerca di verità, di umanità lontana da un trono pieno solo di nemici, menzogne e ricatti.
Forse è anche in cerca di un vero amore.

Quando vede quel Regno bellissimo e fermo nel suo incanto in mezzo al Bosco, il giovane prova dolore misto a stupore e non capisce cosa sia successo. Scende da cavallo con il suo bel mantello giallo ed entra nel castello.

In cima alla Torre trova la ragazza, anche lei immobile, con un fuso in mano e riversa sul freddo pavimento con gli occhi spalancati.
E' vestita bene ma senza gli eccessi delle Principesse che ha sempre conosciuto: è vestita di regale ed elegante semplicità.
Ma anche il suo sguardo è molto diverso: sembra incuriosita nel guardare quell'oggetto appuntito con cui si è punta. C'è sangue sulla sua mano.
E' giovane è strana, forse non è una gran bellezza ma neanche lui lo è o almeno non pensa di esserlo e comunque non è ciò che i suoi occhi vogliono vedere: ha occhi vivaci, ha un naso buffo e un' espressione simpatica e timida allo stesso tempo.
Lui ha visto tante ragazze nelle corti in vita sua e hanno espressioni così altezzose, sicure, con quel bisogno evidente di primeggiare e mettersi in mostra. C'è più vita nello sguardo di questa fanciulla immobile che in mille ragazze vive.
"E' carina", pensa
e...

...e cosa pensavate? Che avrei lasciato Rosaspina addormentata e sola in eterno solo perché è brutta?

Il principe arriva: se pensi che sia il primo che passa ti sbagli di grosso
se poi lo volevi per forza azzurro non hai capito niente.


sabato 26 aprile 2014

A COSA SERVONO LE MANI

DATEMI UNA MANO


Le frasi più emozionanti della mia vita sentimentale le ho scritte con le mani, ricevute da altre mani.
Nessuna bianca penna tra le dita e nessun prato bianco su cui scrivere: son parole di un linguaggio assai più semplice, l'alfabeto del contatto.
Prima ancora del suo bacio, prima ancora di appoggiare alle sue orecchie un dolce complimento che vorresti urlare sulla torre più alta della città

prima ancora di sentire il suo cuore premere contro il mio

lasciamo che parlino le mani, che si stringano, si accarezzino, accompagnino la mano dell'altra attraverso le case e le piazze ticchettandosi e stuzzicandosi nel piacere di fare conoscenza prima ancora che io sappia veramente chi sei.

Ho fiducia in te: ecco, ti regalo questa parte così importante del mio corpo perché tu possa stringerla dolcemente e portare a te tutto il resto di me stessa

e portarmi ovunque sia bello

La mia mano ti vuole bene, riconosce la tua: che sia per la passeggiata di un giorno, di un anno o il cammino di un'eternità io ti accompagno. Che sia Lucca, Firenze, Arezzo o la Toscana tutta.

Scorre energia, dolcezza, tenerezza. Energia, dolcezza e tenerezza.

Ora ti prego, guardami negli occhi: se le tue mani sono tra le mie, se gli occhi stessi vedono le luci nell'altro e addirittura il tuo corpo sente la musica del mio torace
allora lascia che ti spieghi quanto sei bella, lascia che ti mostri come, appena mi allontanerò, penserò subito a come e quando rivederti.

Vorrei che queste tue dita fossero incollate alle mie: vorrei scrivessero le lettere d'amore più commoventi direttamente sul palmo e mi dicessero che quelle stesse dita, insieme, visiteranno ancora mille paesi.


 GIVE ME A HAND

The phrases most exciting of my love life were wrote by my hands, received from other hands.No white pen between the fingers and no white lawn on which to write : those ones are the words of a language much more simple, the alphabet of the contact.Even before her kiss , even before you to lay to her ears a sweet compliment that you'd scream to the highest tower of the citybefore you even feel her pressing against my heartlet hands talk, caress, accompany the other hand through the houses and squares and tickin' and ticklin for the pleasure of knowin you  before I really knew who you are.I trust in you, look: I give you this very important part of my body so that you can tight it and gently bring to you the rest of myselfand take me wherever it is niceMy hand loves you, recognize your own. If it were for the walk of a day , a year or the path of eternity: I 'll take you .It Flows energy, sweetness , tenderness. Energy, sweetness and tenderness.Now I beg you, look into my eyes: if your hands are in mine, if eyes can see the lights in me and even your body feels the music of my chestthen let me tell you how beautiful you are, let me show you how, as soon as I turn away, I will think about how and when to see you again.I wish these fingers were glued to mine: I would like to see them writing love letters, the most touching, directly on the palm telling me that those fingers, together, will visit again one thousand countries.

martedì 25 marzo 2014

LA SECONDA POSSIBILITA'

L'AIUTO



Meno del solito.

Aveva bevuto molto meno del solito eppure aveva perso il controllo dell'auto
e aveva perso anche l'uso delle gambe. Del suo corpo rimaneva ben poco di utilizzabile: lo avevano salvato con tre interventi chirurgici.

Era ancora vivo. Aveva rischiato la pelle chissà quante volte in vita sua, preso anche coltellate nello stomaco, botte in galera fino a sanguinare ed essere ricoverato ma nell'istante in cui l'auto uscì dall'asfalto a 100 chilometri orari credette fosse finito tutto.
In quella frazione di secondo, credendo fosse l'ultimo suo secondo, riuscì a realizzare una fotografia della sua inutile vita: un flashback come nel peggiore dei film.

Nemmeno sapeva perché fosse ancora in vita: a nessuno interessava dello schifo di uomo che era. Nessuno poteva sapere che odiava sé stesso per tutto quello che aveva fatto e che era cambiato anche se a volte era stato ancora costretto a rubare. Però aveva smesso di usare droghe pesanti ormai da mesi e aveva trovato un lavoro. Gli sembrava impossibile perché non aveva mai davvero lavorato in vita sua e sembrava impossibile che in fondo gli piacesse, nonostante la sua mente e il suo corpo si rifiutassero di lavorare. Testa bassa, ritmo lento, non pensare. Non pensare a cosa sei stato, a quelli che dicevano di essere amici, ad aver commesso crimini che i primi tempi sembravano scherzi, prove di forza e dopo erano diventati normalità, necessità. Quegli stessi semplici crimini che ora lo facevano sentire una bestia. Testa bassa, gira la chiave, metti il pezzo, non pensare.

Non era certo diventato un santo ma non poteva togliersi dalla mente certi momenti, lo schifo del potere nelle sue mani, due omicidi inutili e una vita che voleva diversa anche se ancora non sapeva bene come.
Trovarsi ora impotente, bloccato, handicappato a vita e dolorante in un letto d'ospedale gli parve quasi una consolazione anche se non un'espiazione. Ora almeno era protetto da quel mondo orrendo di cui lui stesso era stato un altrettanto orrendo ingranaggio.

Il carcere non aveva cancellato niente. Entrò in galera convinto di non aver fatto niente di così esagerato. Dopo il processo e negli ultimi anni, invece, aveva visto su di sé il male, il dolore inutile: aveva visto la sua stessa cattiveria riflessa nello specchio di esseri umani come lui e si era sentito un mostro. Aveva letto, sentito, ascoltato e vissuto su sé il dolore che per tutta la vita aveva causato agli altri. Aveva vendicato la sua infanzia orrenda su chi non ne aveva colpe.


Uno schifo. Tutto. Uno schifo. Ora almeno c'era silenzio. Dolore ma silenzio. Sofferenza ma non violenza: nessuno lo odiava in quel luogo e lui non odiava più. Nessuno.

Nessuno

e a nessuno poteva più interessare di lui. Amici non ne aveva: poteva crederlo un tempo ma erano mostri come lui e non avevano bisogno di un paralitico piagnone in un letto d'ospedale. In verità era contento di non rivederli.

Eppure, quel volontario che veniva quasi tutti i giorni ad accudirlo: sembrava che a lui importasse qualcosa di essere lì. Lo salutava tutti i giorni, lo chiamava per nome quando non poteva rispondere e cercava di capire dagli occhi la risposta chiedendo "Come va oggi? Meglio?". Conosceva solo il nome: "Roberto" ed immaginava fossero più o meno coetanei.Una faccia già vista, forse, ma il dolore, i ricordi annebbiati, la poca voglia di sforzarsi a ricrdare non lo avrebbero eventualmente aiutato a riconoscerlo.

Neanche fosse un parente: ogni volta che poteva era lì, talvolta solo per venirlo a trovare e dirgli due parole ma più spesso si prendeva cura di lui in ogni modo; fosse anche per cambiarlo e pulirlo. Non parlava mai di sé piuttosto dava parole di incoraggiamento o comunicava miglioramenti, notizie avute dai medici.

Il ricoverato ancora non era in grado di parlare e non lo sarebbe stato ancora per diverso tempo. Il suo mento e parte delle ossa facciali erano stati ricostruiti. Quando fu possibile sbendarlo cominciò ad emettere qualche gemito o vocale per comunicare i bisogni primari aiutandosi con l'espressione degli occhi. Fu allora che tentò di capire, di comunicare con quel volontario dopo diversi mesi.

 "Eh....eh.....ooh! Ehoh"   pronunciò poco alla volta, con sforzo ma senza agitazione

L'uomo in piedi lo fissò, soddisfatto di quei primi segni o tentativi di comunicazione
"Tu vuoi sapere cosa faccio qui? - ed attese un cenno degli occhi dell'uomo -
forse è ora che te lo dica,  forse è arrivato il momento che tu sappia.
Non sono un infermiere, non sono nemmeno un volontario e neppure autorizzato. Mi sono finto tuo parente per poterti accudire, sono venuto qui così tante volte i primi giorni in cui eri in coma che nessuno dopo ha pensato di verificare chi fossi"
Gli occhi dell'altro cercavano inutilmente di capire come potesse finire quella strana storia. Il battito cardiaco aumentò in attesa di chissà quale rivelazione al momento inmmaginabile.
"Il mio nome avrebbe dovuto aiutarti: Roberto. Ma se ti dico Santi Roberto sono certo che capirai subito. Sono un po' cambiato: barba, pochi capelli ma anche il tempo, il dolore..."
Lo guardò più intensamente e solo a sentire quel nome si ricordò di aver già visto anche il suo volto.
"Ora sai chi sono ma anche se volessi mandarmi via, cosa non semplice viste le tue possibilità di comunicare, ti chiedo di non farlo. Penso anzi che non lo farai".

Dieci anni prima. Un furto che diventa un omicidio. Nessuna speranza: soldi subito o ti avrebbero fatto secco. Un assassinio inutile: coltellate per nervoso e paura a una ragazza e al suo fidanzato che nemmeno avevano reagito. Fu arrestato il giorno dopo. Letizia morì, Roberto Santi guarì abbastanza presto da essere presente al processo.

E ora, proprio l'omicida, poteva riconoscere la sua vittima seduta al suo fianco. Cambiata moltissimo, anche invecchiata con tutta quella barba ma era proprio lui.


Passarono tre giorni di silenzi

poi un altro gemito, appena accennato e a volume basso: "Eheh....eheh, Ih !"

L'altro lo guardò, dritto in piedi: guardò quegli occhi che esprimevano tutto l'assurdo di quella situazione.

"La penso ancora, sai. Sono passati otto anni ma non mi sono più fidanzato. Penso che lo farò, un giorno ma prima devo togliere il troppo dolore che mi porto dentro per quello che tu hai fatto. La sua foto è nello stesso posto, di fianco al letto e un'altra sulla libreria. In soggiorno il calendario è lo stesso, fermo a quella data di aprile: l'ultima volta che ci siamo abbracciati. Il dolore è uguale ma voglio fare qualcosa, voglio tornare a vivere. Non intendo dimenticarla ma ho diritto di vivere."

Silenzio

"Ti ho odiato all'inizio. Odiato come non si può di più. Il carcere non era abbastanza, niente era abbastanza: avrei voluto strapparti il fegato con le mie mani, strangolarti fino a vederti crepare. Ho anche provato, quando sei uscito dal carcere la prima volta. Ti ho fatto seguire, pedinare: ho pagato per sapere che vita facevi ho seguito i tuoi spostamenti e movimenti per capire dove e come potevo distruggerti, ammazzarti. Poi ho visto con i miei occhi che non eri più lo stesso, che la sofferenza aveva forse distrutto anche te. Ho visto filmati recenti in cui lavoravi, cambiavi frequentazioni. Non sapevo cosa fare. Ho urlato, ho pianto. Volevo giustizia. Volevo smettere di soffrire."

Silenzio

"Vendetta Giulio,

vendetta.

Questa è la mia vendetta. Ti avessi ammazzato come un cane avrei continuato a piangere, magari in galera e per sempre. Mi sarei rovinato ancora una volta la vita ma io ho diritto a una seconda possibilità.

Forse anche tu ne hai diritto. Qui dentro.
Vendetta.
Lei era inerme quando l'hai colpita, quando le hai tolto la vita.
Tu eri inerme quando ho visto tirare fuori il tuo corpo dall'auto che stavo seguendo, tirato fuori dai medici che io stesso avevo chiamato
e sei inerme ora. Immobile, fisicamente distrutto e in tutto questo tempo sono l'unica persona che ti è venuta a trovare:
sei più solo di me.
Prendermi cura di te è la mia vendetta, la mia seconda possibilità di vivere.

Lasciarmelo fare finché sarai qui dentro sarà la tua espiazione, la tua seconda possibilità."

PAOLO SCHEMBRI

EPITAFFIO

LA MIA LAPIDE



Amici, non piangete per me: 
io sto molto bene dove sono ora. 
Spero anzi che mi raggiungiate al più presto





MY EPITAPH

Dear friends, don't cry for me:
I feel good here where I am.
In fact I hope you will catch up with me as soon as possible.

mercoledì 19 marzo 2014

GAROTA DE IPANEMA



LA MUSA DI VINICIUS E TOM


Avrà più o meno 16 anni: una ragazzina

Di sicuro la più affascinante di Montenegro Street, abita al civico 22 e ogni giorno la vedi passare: alta e abbronzata, giovane e carina

Capelli lunghi, occhi verdi ma, più che la sua perfetta bellezza, tutti impazziscono per il suo passo, la sua camminata seducente.


Cammina

E mentre passa chi la vede esclama: “Aaaah”



Davanti al Bar “Veloso” di Ipanema, a sud di Rio de Janeiro (siamo all’inizio degli anni ’60), due uomini la stanno seguendo con lo sguardo


About 16 years old : a very young girl. Certainly the most attractive girl of Montenegro Street. She lives at number 22 and every day you can see her walking : tall, tanned , young and pretty. Long hair , green eyes , but more than her perfect beauty , all men go mad for her seductive way to walk . The girl goes walking
And when she passes, each one she passes goes - "Aah" !

From the Bar " Veloso "in Ipanema , south of Rio de Janeiro (we are in the early '60s ) , the two men are following the girls with their eyes

“L’hai vista ? L’hai vista??!”

“E chi non l’ha vista, Tom?? Aaah…mamma mia! E’ sempre qui in spiaggia, la vediamo tutti i giorni! E’ perfetta”

“Ehi! Ragazza!! Chi sei? Come ti chiami”

Sorride, nessuna timidezza, sa di essere osservata ma

Torneresti sui tuoi passi  
Ragazza che passi 
Se ti voltassi ad ogni singolo  “Aah!” 

“Heloisa  … Helo per gli amici”

“E noi siamo amici?”  chiede Vinicius. 


" Have you seen her ? Have you seen her ? "   
" Who didn't , Tom ? Aaah ... oh my! She 's always here at the beach, we see her every day! She's perfect!"    
"Hey ! Girl ! Who are you? What's your name "She smiles , no shyness, but she knows that she's observed

Would you go back on your stepsIf you had to turn your head for every single Aah ! "

" Heloisa ... Helo for friends"" And are we friends? " asks Vinicius .


João Gilberto: Tom, e se tu scrivessi una canzone
che ci possa dire
raccontare che cos'è l'amore?

Tom Jobim: Vedi Joãozinho, non saprei
fare poesia senza Vinicius...

Vinicius de Moraes: Perché si possa realizzare questa canzone,
magari ci fosse João a cantarla.

João Gilberto: Ah, ma chi sono io? Io non sono bravo come voi.
Ma se la cantassimo tutti e tre...

E tutti e tre: Guarda che cosa bellissima, così piena di grazia…



João Gilberto: Tom , and if you wrote a song, can we tell with it: what is love ?Tom Jobim : See Joãozinho , I don't know how to make poetry without Vinicius ...Vinicius de Moraes : To realize this song there would be João singing it.João Gilberto: Ah, but who am I? I'm not as good as you.But, maybe, if we sang it all together ...And all three : Look what beautiful , so full of grace ...

GAROTA DE IPANEMA


Olha, que coisa mais linda,  
Mais cheia de graça,  
É ela, menina, que vem e que passa,  
Num doce balanço, a caminho do mar.
Moça do corpo dourado,  
Do sol de Ipanema, O seu balançado  
É mais que um poema É a coisa mais linda
Que eu já vi passar  

Ah, por que estou tão sozinho?  
Ah, por que tudo é tão triste?
Ah, a beleza que existe
A beleza que não é só minha,  
Que também passa sozinha. 
  Ah, se ela soubesse  
Que quando ela passa, O mundo inteirinho
Se enche de graça E fica mais lindo
Por causa do amor.

Ed è romantico che oggi, la strada dove vivevano il poeta e la ragazzina che lo affascinò con quel suo passo felino e il corpo dorato, porti proprio il nome di Vinicius de Moraes
E oggi, la quasi settantenne Helo Pinheiro, è ancora per tutti i brasiliani
La Garota de Ipanema di una delle canzoni più celebri di tutti i tempi.