martedì 16 aprile 2013

LE CITAZIONI PERPETUE

IL DIARIO DI SCUOLA DELLE RAGAZZE



Lo ammetto: a volte sbircio tra community e blog e mi sollazzo leggendo i "post" dai titoli più curiosi e interessanti. In genere sono più attratto da quello che scrivono le ragazze di qualsiasi età, in quanto  mediamente più interessante di quanto scrivano gli uomini.

Proprio le "femmine", però, sono responsabili di un crimine che si protrae da decenni: dai vecchi diari di scuola ai moderni blog.
Sì perché il blog non è poi molto diverso dal diario di scuola: almeno per gli adolescenti. E' uno spaccato di vita, di mentalità ed è una finestra sui propri gusti e sulla personalità. Per me questi diari erano una porta lasciata incautamente aperta su altri mondi, mondi misteriosi nel caso delle ragazze. Io sono stato un appassionato lettore di diari delle mie amiche e compagne di studio: ne sfogliavo quanti più potevo osservando e magari commentando quelle pagine colorate e piene di stelline e cuoricini. Il loro senso estetico e il desiderio di poesia, passione e incanto rendevano il loro universo tanto più bello di quello di noi maschi, con pagine piene solo di scudetti del pallone e niente arte. Nessun sentimento.

Da sempre, da tanto tempo prima che esistessero social network, le signorine riuscivano a distribuire parte del loro cuore e dei loro pensieri a tante persone a cui "prestavano" i loro diari nei quali nessuno scriveva compiti e impegni scolastici. Noi maschietti eravamo e ancora siamo tanto chiusi, tanto falsamente forti da nascondere con la volgarità il bisogno di essere amati. Da mascherare con discorsi sul pallone il bisogno di voler bene a un amico.

Ma stavo parlando, poche righe più in alto, di un "crimine" che io amo definire



LA CITAZIONE SCONTATA



Perché le ragazze non erano e non sono perfette: in un numero immenso di blog e diari che ho visto e sfogliato negli anni appaiono costantemente alcune strofe, poesie, stralci di racconti, leggende metropolitane ed aforismi talmente inflazionati da potermi nauseare persino quando si tratta di pensieri geniali e altissime opere d'arte.

procedo quindi alla:


CLASSIFICA DELLE CITAZIONI SCONTATE PRESENTI SULLA QUASI TOTALITA' DI BLOG E DIARI DELLE RAGAZZE.



DECIMO POSTO : Per il mondo non sei nessuno ma per qualcuno sei il mondo

comparso anche in lingua inglese, autore anonimo

NONO POSTO:  La vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia

Onnipresente. L'autore è Rossi Vasco ovvero un sovrastimato cantautore delle mie terre che ha regalato frasi da diario a tre o quattro generazioni. Il suo primato può essere conteso solo da Luciano Ligabue.

OTTAVO POSTO:  La storia della Gazzella e del Leone che ogni giorno in Africa si devono svegliare presto ed iniziare a correre se vogliono campare.

E' tra le più antiche, recentemente meno usata per il fatto di essere stata ridicolizzata da un noto trio comico. Parecchi anni fa questo fu anche il testo di uno spot NIKE ma continuò a comparire sui diari con la stessa frequenza.

SETTIMO POSTO:  La favola brasiliana del ragazzo che vede le sue orme e quelle di Cristo che lo accompagna, poi si lamenta con il Signore perché da un certo punto, nel momento più difficile, ci sono solo un paio d'orme ma Cristo risponde che è perché Lui lo teneva in braccio.  

Qui perdonatemi ma non conosco l'autore che in molte versioni appare come anonimo brasiliano.

SESTO POSTO:    Non piangere perché è finita, sorridi perché c’è stata.

Anonimo anche qui, si riferisce alla "storia d'amore" ma personalmente la ritengo valida anche per la torta al mascarpone

QUINTO POSTO:   La vita è come la scala del pollaio... corta e piena di m.....

Volevo evitare le citazioni meno meritevoli come questa......ma è decisamente tra le più inflazionate. Autore ovviamente anonimo

 QUARTO POSTO:

6 carino 6 OK
Resta sempre come 6

Il tocco di classe è sempre quello di sostituire parole con acronimi o cifre.

questo acronimo pare risalga agli anni 40 !!!!

 TERZO POSTO:       GAETANO E ANNAMARIA 3 METRI SOPRA IL CIELO    (oppure "IO E TE 3MSC" per non stancarsi)

Questa è anche una classica frase da "muro", i due nomi citati sono solamente un esempio quindi puramente casuali (o quasi). L'autore è Moccia e l'uso di questa frase è dovuto all'altissima popolarità del film e quindi del libro a prova di analfabeta che hanno contagiato migliaia di adolescenti.

SECONDO POSTO: La poesia  Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine ecc. ecc.

La traduzione circolante non mi attrae per estetica ma è certo ricca di significati molto profondi. E' una poesia brasiliana che molti attribuiscono erroneamente a Neruda.

PRIMO POSTO:     :   Non si vede bene che col cuore, l'essenziale è invisibile agli occhi.

Vince, quindi, in assoluto "il Piccolo Principe" dello scrittore/aviatore De Saint Exupery. Più citato a sproposito di un falso pensiero di Einstein. 
Molti passaggi di questa favola sono interessanti spunti di riflessione ma estrapolati in questo modo con il "copia ed incolla" hanno ormai perso molto del loro significato.....




bacio
Nella Foto un capolavoro di arte umbra : una carta argentata e una semi trasparente con una frase d'amore in più lingue sono un po' in tutti i diari delle ragazze o quasi (c'era anche nei miei).
Ma in fondo cosa c'è di male nell'accartocciare nella stagnola un pensiero di Baudelaire o Shakespeare imbrattandolo di cioccolato alla nocciola?

Per molti restano gli unici versi amati e letti in tutta la vita......

giovedì 14 marzo 2013

TALKIN' IN THE RAIN

TACI. PIOVE

Anche oggi piove. Io sono metereopatico, davvero: il cattivo tempo incide inevitabilmente sul mio umore e non si chiama cattivo tempo per niente.

E poi il traffico aumenta, il tergicristallo non funziona bene, le scarpe si bagnano e la giacca pure. Fa più freddo: non vado a correre, non vado in bicicletta non vado in generale.
 
Ai tempi dei miei genitori e forse anche dei miei nonni
ovvero di quelle generazioni che hanno conosciuto la loro gioventù più o meno tra gli anni 50 60 e 70, 

al cadere delle prima gocce qualcuno cominciava a dire "Piove su le tamerici salmastre ed arse...piove sui nostri volti silvani" e così proseguendo con quello che ricordavano.
L'alternativa era Modugno e il "...ma piove piove sul nostro amooor..." magari accompagnato da un accenno di canto, imitando ironicamente l'originale.


"Piove, governo ladro" era l'ultima alternativa, quella più vicina alle male parole che oggi accompagnano ogni fortunale. 
La poesia però è scomparsa, la musica pure. La meteorologia ha perso il suo fascino umano e contadino e si è legata più a problemi quotidiani o a questioni meramente scientifiche.

Riproviamo? Voglio riprovare anche io che non sopporto l'acqua sulla testa e non sopporto gli ombrelli e amo i mesi estivi e le temperature più elevate dei mesi più aridi.

Voglio ricordare le mie notti sotto la pioggia, senza paura di bagnarmi. Il sorriso di Gene Kelly abbracciato a un lampione. Voglio pensare alle mie piante che presto cresceranno e al loro desiderio di acqua e voglio ricordare i baci all'aperto, senza paura, mentre l'acqua scioglieva il trucco sugli occhi. Voglio ricordare il suono delle gocce tra i rami, i capelli e le foglie nella poesia di D'annunzio:



LA PIOGGIA NEL PINETO



  Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitío che dura
e varia nell'aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
nè il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, ascolta. L'accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall'umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode voce del mare.
Or s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell'ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sìche par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alvèoli
con come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione.




giovedì 7 marzo 2013

Подмосковные вечера

LE NOTTI DI MOSCA


In ogni città il ricordo di un bacio e di un viso bagnato. 
Le reazioni inspiegabili e gli occhi spalancati, le mani sigillate e le guance morbide quasi come i riccioli biondi. Tra i campanili e i palazzi, un ragazzo e una ragazza sentono solo i loro passi e in questa storia lunga una vita ci sono stati tanti personaggi ma in ogni scena ero presente io: sempre uguale dentro e fuori.
Eppure sento ancora tutte quelle mani nella mia, come se fossero solo due ma ognuna ha un volto e un'anima speciale. Ognuna è una città meravigliosa, una lingua incomprensibile, un bacio su un ponte, un ultimo abbraccio di lacrime per la paura di non toccarsi mai più.

C'è una piazza che fa parte della mia vita ma che le mie notti non hanno mai calpestato. C'è un parco e un ponte che ho attraversato solo dentro me. Una notte che è sempre stata in me e che non ho vissuto realmente.



Подмосковные вечера

Не слышны в саду даже шорохи.
Все здесь замерло до утра.
Если б знали вы, как мне дороги
Подмосковные вечера.

Речка движется и не движется,
Вся из лунного серебра.
Песня слышится и не слышится
В эти тихие вечера.

Что ж,ты, милая, смотришь искоса,
Низко голову наклоня?
Трудно высказать и не высказать
Все, что на сердце у меня.

А рассвет уже все заметнее.
Так, пожалуйста, будь добра,
Не забудь и ты эти летние
Подмосковные вечера.

Не слышны в саду даже шорохи.
Все здесь замерло до утра.
Если б знали вы, как мне дороги
Подмосковные вечера.



Moscow Suburban Nights

No rustling’s heard in the garden deep,
Till the dawn everything’s so quiet,
If you only knew how dear to me,
All these Moscow Suburban Nights.

Waters flowing or not flowing,
Made of lunar silver, the river runs,
There is sound of song, or there is no sound,
In the quiet nights all are at once.

Why, o darling mine, shy and quick is your glance?
Bowing low your head, you look apart?
So hard for me not tell at once,
Or to express everything in my heart.

And the morning yet is getting close an’ now,
And, my darling, please, be so kind,
Ever not forget all these summer nights,
Those suburban Moscow Nights.
No rustling’s heard in the garden deep,
Till the dawn everything’s so quiet,
If you only knew how dear to me,
All these Moscow suburban Nights.


NOTTI DI MOSCA

Non sento alcun fruscio in fondo al giardino,
Fino all'alba tutto è così tranquillo,
Se solo tu sapessi mia cara, come
sono tutte queste notti nella Periferia di Mosca.

Le acque che scorrono e non scorrono,
fatte di argento lunare, i percorsi fluviali,
C'è il suono della musica, o non vi è alcun suono,
Nelle notti tranquille c'è tutto insieme.

Perché, tesoro mio. è così timido e schivo
 il tuo sguardo?
Chinando in basso la testa, guardi altrove?
E' così difficile per me non dirti subito,
O esprimere tutto quello che ho nel mio cuore.

Il giorno si sta avvicinando ora
E mia cara, ti prego, sii così gentile
Da non dimenticare tutte queste notti d'estate,
Quelle notti della periferia di Mosca.

Non sento alcun fruscio in fondo al giardino,
Fino all'alba tutto è così tranquillo,
Se solo tu sapessi mia cara, come
sono tutte queste notti nella Periferia di Mosca.

thanks to Cristina N.





lunedì 28 gennaio 2013

SCHERZO POMERIDIANO

FINE DI UN EQUINO



Ricordo questo, forse:
quel cavallo tanto corse
e stracarico di borse.
Nessuno se ne accorse
né un goccio d’acqua porse:
e ormai senza risorse
giunto alla meta, morse

martedì 22 gennaio 2013

SAMARCANDA


TAMERLANO, GENGIS KHAN, HITLER E MARCO POLO
(e Roberto Vecchioni)

TOMBE INVIOLABILI, ARCHITETTI VOLANTI E UNA FUGA A CAVALLO



Tamerlano o meglio Itur lo zoppo (pare avesse una gamba di ferro o qualcosa di simile) fu un grande conquistatore turco succeduto agli uomini di Gengis Khan come regnante dell’antica città di Samarcanda.

Prima di partire per una delle sue tante vittoriose campagne, ordinò la costruzione di una meravigliosa moschea in onore della sua moglie preferita, Bibi – Khanum, una principessa mongola che avrebbe dato il nome al grande edificio.
La leggenda dice che l’architetto persiano incaricato dell’opera si innamorò della nobildonna, rallentando il procedere dei lavori in quanto non ricambiato nei suoi desideri. Alla lunga la donna finì per cedere a questa sorta di ricatto ma il focoso bacio sulla guancia dell'uomo le costò una evidente bruciatura.
Il tempio da mostrare a Tamerlano era finito ma il segno sul volto era un marchio d’infamia che la donna coprì con un velo, imponendo lo stesso a tutte le abitanti della città. Tutto questo non fu sufficiente a impedire al sovrano di scoprire la tresca al suo ritorno. Il velo rimase per tutte come imposizione (è una delle leggende legate all’uso dello chador) ma la moschea divenne la tomba della principessa mentre l’architetto riuscì a fuggire volando dalla cima di un minareto.
La triste storia che, come spesso accade, finisce per punire solo le donne e risparmiare gli uomini l’ho rubata e riassunta da una narrazione di Tiziano Terzani ma non è certo l’unico antico e misterioso racconto legato alla straordinaria città di cui voglio scrivere in questa pagina.
Un’altra curiosa vicenda è infatti quella del mausoleo dello stesso sanguinario condottiero Tamerlano, luogo detto Gur-I-Mir: un enorme edificio che, appunto, ospita ancora la tomba dell' Emiro nelle sue cripte.
Nel 1941 i resti di Tamerlano (confermati come tali anche dalle menomazioni alla gamba) furono riesumati da un antropologo russo (Samarcanda faceva parte della Repubblica Sovietica dell'Uzbekistan). 
Sul sigillo della tomba del grande sovrano trovarono scritto:

" chiunque violerà questo sepolcro sarà sconfitto da un nemico più terribile di me."

Il giorno dopo, 22 giugno, Hitler cominciò l’operazione Barbarossa per invadere l’Impero Sovietico.

Anche Marco Polo, nel suo “il Milione” descrive la Samarcanda di un secolo prima. La città era tappa quasi obbligatoria per la sua famiglia in quanto importante crocevia dell’ epoca lungo la “Via della Seta” e Marco narra di un presunto miracolo legato alla restituzione di una pietra sacra dai cristiani ai musulmani. Tale pietra reggeva, a quanto pare, una colonna di un tempio cristiano che anche dopo il prelievo di questa pietra restò incredibilmente in piedi. Un probabile enigma architettonico che i Polo poterono vedere con i loro occhi.

Ma quando penso al nome "Samarcanda" penso a un’altra storia, una antica favola raccontata da un grande cantautore italiano che parla di un uomo in fuga: un uomo su un cavallo che scappa da una donna alla quale nessuno può sfuggire
e infatti quella donna vestita di nero lo precede inesorabilmente

e lo attende già

a Samarcanda.

C'era una gran festa nella capitale perché la guerra era finita. I soldati erano tornati tutti a casa ed avevano gettato le divise. Per la strada si ballava e si beveva vino, i musicanti suonavano senza interruzione. Era primavera e le donne finalmente potevano, dopo tanti anni, riabbracciare i loro uomini. All'alba furono spenti i falò e fu proprio allora che tra la folla, per un momento, a un soldato parve di vedere una donna vestita di nero che lo guardava con occhi cattivi.

Ridere, ridere, ridere ancora, Ora la guerra paura non fa,
brucian le divise dentro il fuoco la sera, brucia nella gola vino a sazietà,
musica di tamburelli fino all'aurora, il soldato che tutta la notte ballò
vide tra la folla quella nera signora, vide che cercava lui e si spaventò.

"Salvami, salvami, grande sovrano, fammi fuggire, fuggire di qua,
alla parata lei mi stava vicino, e mi guardava con malignità"
"Dategli, dategli un animale, figlio del lampo, degno di un re,
presto, più presto perché possa scappare, dategli la bestia più veloce che c'è

"corri cavallo, corri ti prego fino a Samarcanda io ti guiderò,
non ti fermare, vola ti prego corri come il vento che mi salverò
oh oh cavallo, oh, oh cavallo, oh oh cavallo, oh oh, cavallo, oh oh

Fiumi poi campi, poi l'alba era viola, bianche le torri che infine toccò,
ma c'era tra la folla quella nera signora stanco di fuggire la sua testa chinò:
"Eri fra la gente nella capitale, so che mi guardavi con malignità,
son scappato in mezzo ai grillie alle cicale, son scappato via ma ti ritrovo qua!"

"Sbagli, t'inganni, ti sbagli soldato io non ti guardavo con malignità,
era solamente uno sguardo stupito, cosa ci facevi l'altro ieri là?
T'aspettavo qui per oggi a Samarcanda eri lontanissimo due giorni fa,
ho temuto che per ascoltar la banda non facessi in tempo ad arrivare qua.

Non è poi così lontana Samarcanda, corri cavallo, corri di là...
ho cantato insieme a te tutta la notte corri come il vento che ci arriverà
oh oh cavallo, oh, oh cavallo, oh oh cavallo, oh oh cavallo oh oh






giovedì 17 gennaio 2013

ALFONSINA MORINI E L'ITALIA DEL GIRO


BELLEZZA IN BICICLETTA


Il 9 dicembre del 1950 si celebrano le nozze di Alfonsina Morini, (vedova Strada) e di Carlo Messori, un ex ciclista Torinese. 
Mentre amici e parenti lanciano fiori agli sposi davanti a una chiesetta della periferia milanese, da una finestra vicina si sente cantare “Ma dove vai, bellezza in bicicletta? Così di fretta pedalando con ardor…”. Lei sorride e guarda negli occhi il neo marito. Anche molti invitati ridono di quella coincidenza e alcuni rifanno il verso alla canzone del momento canzonando la sposa.
Ventisei anni prima, il 10 maggio del 1924, partiva la prima tappa del Giro d’Italia: ancora oggi una delle più classiche corse ciclistiche al Mondo ma che già ai tempi incollava alle grosse radio dell’epoca le orecchie di tanti sportivi italiani. La Gazzetta dello Sport, storica creatrice e organizzatrice dell’evento a cui si deve il colore della maglia del vincitore, aveva annotato tra gli iscritti tale “Alfonsin Strada” che sulle pagine del Resto del Carlino fu trascritto subito come “Alfonsino Strada”. 
Solo alla partenza da Milano, tra i campioni dell’epoca, la clamorosa notizia fu evidente a tutti: una donna avrebbe partecipato al “Giro”.
La storia in realtà è molto lunga e comincia nel 1901 quando Carlo Morini, un poverissimo bracciante di Rastellino di Castelfranco Emilia trasferitosi con la famiglia a Castenaso di Bologna alla fine dell’ottocento, porta a casa una bicicletta che diventerà la grande passione della sua secondogenita. Il prezioso mezzo di trasporto, in verità, era tutto fuorché destinato a lei: la bici in Italia non era decisamente uno sport per femmine, non lo sarebbe stato ancora per molti decenni e vedere una ragazza sfrecciare su due ruote non piaceva molto agli stessi suoi genitori.
Alfonsina però faceva sul serio e cominciò a vincere parecchie gare locali facendo mangiare polvere a diversi maschietti prima tra Modena e Bologna ma col tempo anche in gare nazionali nella grande e moderna Torino, dove l’accoppiata ragazza-pedale destava decisamente meno scandalo che tra i campi di granoturco della bassa bolognese. Proprio a Torino, nel 1911, stabilisce il primato mondiale femminile dell’ora.
La ragazza viene notata da impresari sportivi, comincia a vedere un po’ di soldi e si trasferisce a Milano, la Capitale del ciclismo italiano. Correrà in Francia e persino in Russia accompagnata dal campione Messori (quello che sposerà in seconde nozze) ma prima, a Milano, ha la fortuna di conoscere una persona straordinaria: il suo primo marito Luigi Strada
Luigi non è un ciclista anche se ama sinceramente questo sport. E' un onesto lavoratore, artigiano ma soprattutto un uomo moderno e in controtendenza rispetto all’epoca il quale, anziché scoraggiare la moglie per relegarla ai ruoli classici di madre e donna di casa, le regalerà una bicicletta nuova e più professionale per spronarla verso altri successi e soddisfazioni.

Nel 1924, così, la storia ci consegna l’unica partecipante donna al Giro d’Italia maschile in oltre cento anni di Storia. La sua presenza fu contrastata, nonostante la buona volontà degli organizzatori e i buoni risultati di quella partecipazione (giunse al termine di tutte le tappe che all’epoca erano massacranti e interminabili) ma anche a dispetto di attestati di stima della “star” Girardengo, Il maschilismo impedì che si ripetesse quel caso e si crearono i regolamenti per impedire il ritorno di quel confronto che poteva fornire un immagine femminile molto lontana dall’idea che hanno sempre avuto (e talvolta hanno ancora) i rappresentanti dell’altro sesso.
E così torniamo al 1950, mentre sulle Alpi a sfidarsi ci sono Bartali e Coppi. Torniamo a quel matrimonio con Messori ma anche a quella popolare canzone di D’Anzi e Marchesi che, con ironia ma sempre con una punta di maschilismo, si ispirava proprio all’immagine di quella ragazza che per tanti anni partecipò a grandi imprese sportive. 

Alfonsina lasciò la bicicletta ben dopo i sessantanni  ma solo per inforcare la sua potente Moto Guzzi 500 che guiderà spavalda fino al giorno della sua morte, proprio a causa di un banalissimo e sfortunato incidente con l’affezionatissimo bolide.








martedì 8 gennaio 2013

MANCINISMO E LEFT PRIDE

L'ALTRA PARTE

Ogni anno, il 13 di agosto, esiste una particolare ricorrenza che io festeggio in solitudine con un buon bicchiere di vino (o di Schweppes gelata): la giornata internazionale dei mancini.

Io sono, ovviamente, uno di essi.
Da quando ho cominciato a impugnare gli oggetti e a comunicare fisicamente con il mondo, la parte sinistra del mio corpo ha sempre prevalso e di conseguenza, come ci insegnano da tempo, la parte destra dell'emisfero cerebrale. In realtà le cose non stanno esattamente così dal punto di vista scientifico ma non approfondisco anche perché non ho sufficiente conoscenza della materia.

"Mancino" e "mancante" sono parole con la stessa radice e la stessa origine latina: "Manus" e "cus" ovvero "mano storpia" o qualcosa di simile.
Non è un caso: la parte sinistra è sempre stata indicata come quella "sbagliata" nella storia dell'uomo, forse per il vecchio e immutabile vizio umano di diffidare di qualunque diversità, per quanto diffusa. I destri sono la stragrande maggioranza quindi i mancini sono strani o peggio "difettosi". Pensiamo solo al termine "right" ovvero destra che in inglese significa pure "giusto" mentre il suo opposto, "Left", è la stessa parola che indica "mancante". In campo linguistico si sprecano le espressioni dispregiative in merito: "Tiro Mancino" o "Sguardo sinistro" sono facili esempi.

Negli ultimi decenni, per fortuna, l'atteggiamento generale è mutato considerevolmente. E' noto, infatti, che nella storia questa differenza sia stata a volte trattata come una deformita se non un male legato alle superstizioni. Erroneamente si attribuisce lo storico accanimento a un problema esclusivamente religioso: in realtà il discorso è molto vasto e riguarda più un segno di distinzione, di presunta migliore educazione e ceto oltre all'ignoranza che sempre ha tentato di dare spiegazioni forzate e poco plausibili a fenomeni molto naturali.
La famosa "Encyclopedie", quella di Diderot e degli Illuministi francesi che conosciamo di nome dai tempi della scuola, è la prima opera a parlare di questo argomento in senso positivo; eppure saranno proprio le scuole francesi della Terza Repubblica quelle che si distingueranno maggiormente nel forzare i bambini alla cosiddetta "normalità", in un'ottica di massificazione e di non-distinzione in una società ordinata e secolarizzata.
All'inizio del '900, più che nel passato, erano molto diffusi trattati e ragionamenti su questa "malformazione" che in alcuni casi era un vero razzismo biologico che utilizzava espressioni non lontane da quelle che oggi, molti conservatori, utilizzano contro l'omosessualità.
La produzione di massa, poi, ha creato arnesi e strumenti sempre più uguali tra loro e adattati alla sola maggioranza; quindi ai destrorsi.

Ora mi sembra superfluo, poco originale e soprattutto lontano dal mio stile elencarvi quanto i mancini, al contrario,  abbiano dimostrato nei secoli eccellenze in moltissimi settori, particolarmente in quello artistico. Evito anche l'elenco di musicisti, condottieri, capi di stato e scienziati mancini di cui la storia è piena: vi basterà pensare ai nomi più famosi che conoscete in ogni campo e ci sono buone probabilità che stiate parlando di mancini (perdonate l'affermazione un po' eccessiva e orgogliosa).
Per non parlare del dominio dei sinistrorsi in alcuni sport come il tennis, il pugilato, il baseball o la scherma.

Io preferisco raccontare qui delle piccole differenze quotidiane e del piccolo orgoglio della mia infanzia per il fatto di appartenere a questa categoria. Del fatto che mi sono sempre divertito a scrivere "a specchio" ovvero da destra verso sinistra con le lettere rovesciate (come è noto sapesse fare Leonardo Da Vinci) o che sin da quando ho imparato a leggere non mi sono mai preoccupato se il libro o il foglio fossero o meno capovolti: il compito mi sembrava facile in qualunque verso. Come alcuni altri mancini che ho conosciuto, tra l'altro, ho una visione istantanea di tutto quello che è scritto in più righe o un intero periodo: quando leggo ad alta voce sto in realtà pronunciando qualcosa che ho visto e memorizzato un paio di secondi prima, mentre gli occhi e la mente sono concentrati sulla riga successiva. Da bambino questo metodo istintivo mi regalava una notevole fluidità di lettura e una più immediata comprensione rispetto a chi era costretto a concentrarsi su ogni singola parola per poterla riconoscere e pronunciare. Ho sempre attribuito questa particolare propensione alla lettura e la tendenza alla "visione d'insieme" proprio alla caratteristica di cui ho parlato finora così come credo sia la causa, al contrario, delle mie difficoltà infantili nell'apprendimento di semplici gesti come allacciarsi le scarpe. 


Il mondo dei mancini è fatto anche di piccoli, innocui problemi quotidiani (meno innocuo è il fatto di macchiare il foglio usando la stilografica) e di arnesi o strumenti ideati solo per la maggioranza.


Porto all' attenzione solo un buffo esempio di gesti quotidiani legati al fatto di essere mancini: il barista che vi serve un caffé girando la tazzina a vostro favore mentre un attimo dopo voi siete costretti a rigirarla per poterla prendere con la mano più comoda o ancora il piccolo dispiacere di non poter vedere la marca o il disegno sulla tazzina tra un sorso e l'altro in quanto sono sempre stampati su un solo lato: quello opposto alla vostra vista. Un po' come la faccia nascosta della Luna (forse per questo i primi due uomini che hanno camminato sulla Luna erano mancini?).



Concludo con piccole curiosità e coincidenze sulle tante celebrità mancine come la successione incredibile di Presidenti degli Stati Uniti d'America mancini negli ultimi cento anni:
Hoover, Truman, Ford, Reagan, George Bush padre, Clinton, Obama. Negli ultimi 40 anni solo per 12 gli Usa hanno avuto presidenti "normali". Negli ultimi 33 anni solo George Bush Jr.
Anche nella famiglia Reale inglese dal 1936 regnano solo mancini e in futuro non cambieranno molto le cose in quanto tutta la discendenza diretta: Giorgio VI, Elisabetta II, Carlo e infine William hanno questa caratteristica comune, probabilmente ereditata dalla Regina Vittoria. Qui però non parliamo di casualità o di eccellenza bensì di genetica.




Leonardo Da Vinci...