giovedì 20 dicembre 2012

FORSE NON TUTTI SANNO CHE

PERRAULT E I FRATELLI GRIMM




Si dice spesso che, le storie originali dei Fratelli Grimm e di Perrault, siano differenti rispetto a quelle a noi raccontate da bambini. In particolare mi ha sempre incuriosito che si parlasse di particolari assai più macabri nei finali delle loro favole: non meno terribili del celebre pifferaio di Hamelin o delle affascinanti storie di Andersen che, per quanto note, sono state sempre evitate dalle produzioni Disneyane (se si esclude una versione della Sirenetta che dell'originale non conserva spirito né sentimento).

La matrigna di Cenerentola, ad esempio, chiede in realtà alle sorellastre di tagliarsi il dito o il calcagno per riuscire a indossare la scarpetta e l'altra nota matrigna, quella di Biancaneve, dovrà indossare un paio di pantofole roventi e morire per il dolore come punizione finale della sua cattiveria.

Ma questo è ancora poco.
Molte di queste fiabe sono raccolte e rivedute dagli scrittori dell'epoca partendo da antiche tradizioni orali ancora più spaventose per soggetti e azioni citati.
Se già nel Cappuccetto Rosso di Perrault ci sono chiari riferimenti sessuali (la bimba viene invitata dal lupo a spogliarsi per mettersi a letto con lui e lo stesso narratore è molto esplicito nel descrivere sul finale la morale della storia), secondo le ricerche e le raccolte fatte basandosi sulle antiche versioni orali si è certi che si raccontasse addirittura di riti cannibalici con Lupo e Cappuccetto che mangiano i resti della nonna.

Sono convinto che il pudore che contraddistingue il modo di raccontare storie ai bambini negli ultimi settant'anni sia legato alla netta differenza nell'approccio all'educazione delle ultime generazioni di genitori.
Nella vita come nella narrazione si bada più a evitare, a nascondere il male e far vivere i bimbi nell'illusione di un mondo ideale piuttosto che mettere in guardia gli stessi dai tremendi pericoli della vita.
A questo servivano le fiabe oltre che ad offrire perle di saggezza spicciola: a tenere gli occhi aperti per i "mostri" che si potevano incontrare che, più che lupi, streghe o bestie selvatiche, erano più spesso uomini.
 




Quando stavano per essere celebrate le nozze con il principe, arrivarono le false sorellastre: esse volevano ingraziarsi Cenerentola e partecipare alla sua fortuna. 
All’entrata della chiesa, la maggiore si trovò a destra di Cenerentola, la minore alla sua sinistra. Allora le colombe cavarono un occhio a ciascuna. 
Poi, all’uscita, la maggiore era a sinistra e la minore a destra; e le colombe cavarono a ciascuna l’altro occhio. 
Così esse furono punite con la cecità per essere state false e malvagie.










martedì 4 dicembre 2012

QUANDO LE STELLE PIU' PICCOLE SONO LE PIU' BRILLANTI



NIENTE E NESSUNO LI POTEVA FERMARE

STORIA DI DUE GRANDI FIRME DEL JAZZ


“Scordatelo! Non toccare la mia gamba!”
Questo disse trovando la forza di urlare qualcosa che non fosse un grido di dolore. Con tutto il lato destro di carne viva, bruciata dal rogo nella sua roulotte questo “dottore” non riusciva a pensare qualcosa di meglio che “amputare la gamba!”
Si fece portare subito via da quell’ospedale: “I dottori non sanno fare altro che tagliare! Quando non sanno curarti, tagliano!” e lo trasferirono in una infermeria privata. Django credeva poco ai medici, non si fidava e aveva poca fede nella scienza in generale essendo un “Sinti” vecchio stampo: probabilmente se fosse stato per lui qualche erba e una vecchia guaritrice manouche avrebbero fatto di meglio che un ospedale.
Forse in quel caso non aveva tutti i torti.
Era ben più preoccupato della gamba che non della sua mano mezza bruciata e in parte compromessa. Eppure era il suo benedetto arto superiore ad avergli dato da mangiare finora oltre ai fiori di plastica che produceva sua moglie: proprio quei fiori che riempivano la sua roulotte la notte della tragedia e che avevano preso fuoco quando gli cadde la candela nella penombra. Oltre alla gamba destra, infatti, l'incendio aveva danneggiato non poco le sue preziose mani e in quella sinistra l’anulare e il mignolo del bravissimo suonatore di banjo erano una cosa sola, cicatrizzati e atrofizzati insieme.
Diciotto mesi di cure pazienti e la sua gamba tornò quasi a posto. Nel frattempo, in un anno e mezzo bendato e quasi sempre a letto, Django Rheinardt aveva abbandonato i virtuosismi del Banjo che gli avevano regalato la sua prima incisione su disco per dedicarsi ore e ore alla sua nuova chitarra e ai dischi di Armstrong e di Ellington che amava. Giorno dopo giorno scoprì che con solo l’indice e il medio più l’aiuto della parte atrofizzata riusciva a sviluppare una tecnica estremamente precisa, unita al suo genio musicale nell’improvvisazione jazz tale che in tutta la carriera non avrebbe mai eseguito assoli identici per uno stesso brano. Django poteva ancora inseguire i suoi sogni ed essere ancora un grande musicista. Rriprese a suonare partendo da un quintetto ben assortito con ottimi artisti fino a dirigere un’orchestra  insieme a un altro grande solista: l’amico violinista Stephane Grappelli. Quest'ultimo era un nobile, originario del Centro Italia, che evidentemente preferiva la libertà un po’ gitana dei musicisti e del jazz alla musica da camera e ai salotti.

Il successo da Parigi diventò internazionale negli anni precedenti il Secondo Conflitto Mondiale e anche durante la Guerra, probabilmente, la sua popolarità e il coraggio lo aiutarono a non subire il triste destino di tanti suoi compagni gitani nella Francia e nel suo Belgio allora occupati dai Nazisti. 
La determinazione e l’abilità trasformarono un handicap in un punto di forza fino a realizzare il sogno di una tournée americana con Duke Ellington.






“Osteogenesi imperfetta”
Colpisce una persona su 30.000  tra i bambini nati vivi, forse anche meno. Una malattia apparentemente terribile che può causare deformazioni di vario genere, a volte statura decisamente al di sotto della norma ma soprattutto e sempre una fragilità ossea più o meno accentuata. La chiamano “malattia delle ossa di cristallo”.
Eppure ci sono persone che conducono una vita “quasi normale” nonostante questa affezione. Persone che non mostrano apparentemente deformità ma che conoscono i limiti che la vita e la società gli imporranno.

E ci sono anche persone che, invece, hanno portato con grande orgoglio persino le deformità, mettendo in luce al contrario abilità fisica e genio assoluto anche contro chi vedeva in loro, al primo sguardo, solo un “handicappato”.
Una di queste persone definì la sua malattia “un vantaggio”: quel vantaggio che gli permise di non lasciarsi distrarre e dedicarsi a tempo piano alla sua più grande passione ovvero la musica.
Quest’uomo, un caso davvero celebre e straordinario di genialità e coraggio, si chiamava Michel.
Le mani di Michel in età adulta erano grandi: come quelle di un uomo medio e forse anche di più. Eppure Michel Petrucciani non poteva saperlo quando, a soli 4 anni, cominciò a sognare di diventare un grande pianista. I suoi genitori sapevano già allora, al contrario, che anche da adulto non sarebbe diventato molto più alto di un metro.
Predestinato: Michel nacque con il jazz nelle orecchie avendo un padre già affermato chitarrista. Lo stesso genitore oltre a regalargli il primo pianoforte (un piano vero perché quello giocattolo Michel lo distrusse subito con un certo disprezzo) gli costruì un sistema per utilizzare i pedali che i suoi corti arti inferiori non avrebbero mai potuto raggiungere.
Petrucciani fu un fenomeno celebre fin dall’adolescenza: arrivò a suonare con i più grandi al mondo ma si può dire che i più grandi al mondo abbiano fatto a gara per suonare con lui tra gli anni '80 e '90. Ebbe l'onore di portare la sua musica nei luoghi dove nessun pianista europeo avrebbe potuto immaginare di suonare. Ebbe molti amori e una vita intensa, straordinaria
e breve.

Nessuno lo chiamava a suonare per pietà o per simpatia.

Michel Petrucciani va ascoltato, bisogna prestare orecchio alla voce delle sue dita e allora si capisce che a volte, l’handicap, è solo negli occhi di chi identifica gli altri con una malattia e negli occhi di chi vede e giudica solo i limiti di qualcuno anziché le sue potenzialità.




giovedì 8 novembre 2012

IO E IL CIELO

I MIEI OCCHI NELL' UNIVERSO

La mia passione per il cielo stellato nacque nella mia prima infanzia, quando mi insegnarono i nomi dei pianeti del Sistema Solare davanti a un bellissimo poster comprato in edicola. Prima di allora non credo di essermi mai posto nemmeno la domanda: “Perché in cielo ci sono le stelle?”.
Da ragazzino riempii interi quaderni di mappe stellari, appunti e avvistamenti sperando che quella, un giorno, potesse essere la mia professione. Non ricordo una notte di cielo sereno della mia adolescenza in cui io abbia rinunciato, con il freddo o con il caldo, a trascorrere almeno mezz’ora in cima alle mie colline o semplicemente su un terrazzo osservando la notte con il capo piegato verso l’alto.
Il fatto stesso che la finestra della mia camera inquadrasse perfettamente Orione nei mesi  più freddi dell’anno mi sembrava creasse un’intesa perfetta tra me e l’Universo.
La notte, la Luna e le stelle erano le mie migliori amiche e studiare i libri mi permetteva di dare a ognuna di loro un nome preciso: il loro vero nome. Il mio grande telescopio mi permetteva di inseguirle nella notte con un perfetto gioco geometrico e tutte quelle ore sottratte al sonno con il sedere sull’erba dopo la mezzanotte o sul balcone la mattina all’alba erano le mie preferite.
Non sono diventato un astronomo di professione.
Ho smesso anche come astronomo dilettante. Altre passioni altrettanto meravigliose come la musica e l’arte sono diventate prioritarie nella mia vita. Il lavoro non mi consente tutta la libertà di svegliarmi un’ora prima o coricarmi due ore dopo tanto spesso come fino a sette, otto anni fa.
Nonostante questo, tante volte si ripete ancora quella magia e l’incanto di osservare quelle luci straordinarie, di chiamarle per nome senza banalizzare la loro esistenza con l’assurdità che le stelle possano determinare il nostro futuro.
Ancora oggi, la meraviglia dei cieli stellati invernali mi fa dimenticare spesso quanto io mal sopporti il freddo.
Il piacere di salutare a una a una le costellazioni brillanti come quelle di ieri notte rende più sopportabile anche il sonno di stamattina


Voglio concludere questa pagina come spesso faccio, con una poesia. Questa volta però propongo un poeta straordinario e speciale, il poeta dei bambini Gianni Rodari. Il suo nome si accompagna a strofe che mi affascinano ancora oggi.




Stelle senza nome

 I nomi delle stesse sono belli:
Sirio, Andromeda, l'orsa, i due Gemelli.
Chi mai potrebbe dirli tutti in fila?
Son più di cento volte centomila.
E in fondo al cielo, non so dove e come,
c'è un milione di stelle senza nome:
Stelle comuni, nessuno le cura,
ma per loro la notte è meno scura.







giovedì 25 ottobre 2012

CRESCIUTI NEL CORTILE

I BAMBINI DI VICOLO MARCHI


Queste righe sono dedicate ad una vasta generazione di ragazzi cresciuti nel "cortile" delle periferie cittadine. Uso il termine tra virgolette e in maniera impropria perché dovrei parlare più di isolato ma da bambini si diceva sempre "Vado giù in cortile". Non c'erano altri termini per definire lo spazio tra due o tre strade nel quale tutti i pomeriggi nel doposcuola (tutto il giorno nel fine settimana) si raduvano tre,  quattro e poi, minuto dopo minuto, 20 o 30 bambini dalle case intorno.

Ho parlato di generazione vasta perché nei cortili, giocando a nascondino tra le auto o calciando il Supertele per dodici ore consecutive sono cresciuti i bambini degli anni 60, 70, 80 e nei loro racconti ci sono tanti punti in comune.

Il nostro cortile a Zola Predosa fu "Vicolo Marchi": probabilmente l'unico quartiere storico di un paese cresciuto troppo in fretta intorno a uno dei più grossi centri industriali della provincia. Zola era ai tempi una piccola città che aveva attratto migliaia di persone di tutte le estrazioni sociali che, a prezzi ancora abbordabili, avevano colonizzato in massa la periferia bolognese i primi anni' 70.

Io vivevo tra i grandi palazzi della vicina Via Dante e appena si poteva, con qualche amico, si correva in quel Vicolo che costeggiava il fiume Lavino alla ricerca di misteri e incontri. A quell'epoca i giochi elettronici esistevano già ma non potevano competere con quello che c'era fuori: ci voleva troppo tempo o forse solo troppo disturbo per montarli sul televisore di casa e comunque dopo un po' si usciva ugualmente. Si stava dentro solo quando pioveva, forse nemmeno e i cartoni animati erano a orari precisi: c'era tempo per tutto.

Vicolo Marchi significava, come anticipato, andare prima di tutto al fiume: non era bello e ripulito come adesso, anzi, dove scendevamo noi ragazzi c'era una vera e propria discarica abusiva (una delle tante all'epoca) che però era fonte di scoperte e ritrovamenti. Mi ricordo che anche trovare in terra un tappo a corona, uno di quelli con le bandiere del mondo disegnate sopra, era un piccolo tesoro da riportare a casa. Anche una pietra strana o un bastone potevano diventare un trofeo.

Ma nel Vicolo abitavano anche i "vecchi", i veri abitanti storici di Zola che vivevano lì da chissà quanto, sicuramente da prima della Seconda Guerra e avevano visto i bombardamenti, il Duce. Noi andavamo tutti i giorni a casa loro, a vedere i loro oggetti antichi, ad ascoltare le storie così lontane nel tempo. Avevano sempre qualcosa da dirci, i vecchi ed era una singolare contrapposizione tra persone che parlavano quasi esclusivamente in dialetto e noi bimbi, a Zola, quasi tutti figli di meridionali immigrati o comunque non nati a Bologna, che capivamo tutto nonostante una lingua che avremmo imparato solo col tempo.

E poi le partite di calcio interminabili, mille contro mille o uno contro uno in campi troppo grandi o troppo piccoli, sempre di cemento, quasi sempre con muri al posto di porte o due giacche a vento gettate a terra al posto dei pali. Quasi sempre passavamo ore a colpire il coloratissimo "Supertele" dalle traiettorie fantasiose perché nessuno aveva mai il "Tango" (sempre in plastica ma più pesante). Sempre con il più "scarso" in porta (per lo più io) e tutti con addosso gli stessi vestiti con cui si andava a scuola o a passeggio. Allora nessuno aveva le maglie come i calciatori veri: i nostri idoli ci limitavamo a  nominarli durante l'azione a mo' di telecronisti.

Generazioni di bimbi che avevano molto da dirsi: che la sera prima in televisione avevano visto tutti lo stesso film e gli stessi spot, che avevano quasi tutti genitori ancora non separati anche se con mille problemi e l'affitto da pagare. Bimbi senza cellulare che guardavano alla finestra: tanto prima o poi spuntava qualcuno e lo si raggiungeva in due secondi giù per le scale. Anche noi un po' vittime della pubblicità ma si era abituati a non avere tutto, a non dover comprare tutto ciò che poteva piacerci.

Si urlava "macchinaaaa!!!!" e tutti si spostavano e lasciavano passare lentamente una Prinz che ai tempi delle Ritmo sembrava già un relitto. SI saltava tra gli elastici, si correva più di Dorando Pietri, ci si nascondeva per ore in luoghi dove nessuno poteva trovarti e saltando fuori dal nascondiglio ci si rendeva conto che il gioco era finito da un pezzo.

Il cemento, l'asfalto era l'ambiente di quelle periferie anni '70, '80: si giocava tra le auto in sosta, si correva da un lato all'altro della strada. Persino i veri cortili delle case, anche quelli privati, venivano ricoperti da gettate di cemento che sembravano più pulite ed ordinate dei prati. Sembrava che il verde fosse qualcosa di poco sano, da relegare in parchi alberati non troppo vicini alle case.

Infine, dopo il fango o la sabbia, sporchi e grondanti di sudore, a volte ci si infilava negli studi di "Telezola", sicuramente una delle prime reti commerciali e locali italiane dove capitava che ci ospitassero in diretta in piccoli show pomeridiani e dove i nostri genitori erano costretti a vergognarsi di vedere all'improvviso i loro figli sudici negli apparecchi televisivi.


Anche qui mi abbandono alla musica. Vorrei proporvi due meravigliose canzoni che secondo me rendono bene l'idea di quell'ambiente, dell'infanzia tra i cortili, per quanto scritte da persone con qualche anno più di me.


Infatti forse un po’ per punizione
che ci batte in testa il sole
nonostante la tettoia
Non credo che nessuno ormai si stupirebbe
se un bambino gli chiedesse
a cosa serve una grondaia?
A cosa servono i palloni
incastrati sotto le marmitte
a ricordare quando fuori
si giocava fra le 127

Che vita !
Ah puoi dirlo sento sempre il peso
di un ricordo appeso al collo
Che vita !
Pietro Mennea e Sara Simeoni
son rivali alle elezioni…

(Samuele Bersani, "Che vita!")


ed un'altra canzone qui sotto che ha evidenti riferimenti politici e non storico nostalgici...ma per il principio per cui ognuno vede poi in una poesia ciò che vuole...io ho rivisto un pezzo della mia infanzia e, ahimé, anche del mio presente al di là del reale contesto della canzone

Mamma c'ha il cuore debole ma la voce è di tuono,
Mamma c'ha il cuore debole ma la voce di tuono.
Ci guarda con il megafono dall'ultimo piano,
promette un castigo, minaccia un perdono.
E noi siamo tutti in fila davanti al bagno,
e noi siamo tutti in fila davanti a un segno,
e noi siamo tutti al fiume a trasformare l'oro in stagno.
Ma prima di aver finito faremo un buco nell'infinito
e accetteremo l'invito a cena dell'Uomo Ragno.


(De Gregori, la ballata dell'Uomo Ragno)

venerdì 12 ottobre 2012

DREAM A LITTLE DREAM OF ME

VOCE DI DONNA




Tra i pensieri o i ricordi più belli che posso avere nella mia vita c'è quello di una donna che canta per me. Sia una bimba che intona una filastrocca o una ragazza di qualunque età: è una sensazione meravigliosa.

Ho qui dentro tre ricordi speciali che racchiudono i mille ricordi incancellabili di questi momenti sereni.



Il primo ricordo è di me stesso sdraiato su un pavimento: ascolto una bimba che gioca con le sue bambole accanto a me mentre canta una semplice musichetta. E in uno stato di dormiveglia sogno che sia la figlia che non ho mai avuto.



Poi sono sempre disteso ma questa volta sulla sabbia, in una spiaggia del sud Italia dove due amiche cantano insieme a me. A un certo punto io smetto di accompagnarle per ascoltarle semplicemente: perché è bello sentirle ed è magnifico che siano con me per farmi sentire la loro voce e la loro musica.


E infine sono in una piazza, davanti a una chiesa dove un'altra meravigliosa amica dagli occhi grandi e dalla voce che muoverebbe il cuore alla persona più insensibile, interpreta un brano che sembra parlare di me.


Se nella voce di un uomo, nelle sue vibrazioni come nel dolore mi posso riconoscere, quella di una donna è l'amore stesso, la dolcezza e l'incanto: è un energia diversa che però avvolge, incuriosisce e anima.

Quando una voce straordinaria, perfetta, si unisce ad una canzone scritta con la parte più profonda di noi e con un animo che si trasferisce anche sulle note e non solo sulle parole

nasce un concerto semplice

e il capolavoro, l'arte.



Nel 1968 nacque il primo singolo da solista di "Mama" Cass Elliot: di certo una delle interpretazioni che più ho amato in assoluto. Ho amato pure quella voce e quella donna, scomparsa troppo giovane, tanti anni fa.

il tono rilassato ma intenso, le parole e quella melodia

alla sera, prima di dormire, 

sono il sonno più dolce che mi si possa regalare. 

Una donna che canta per me





DREAM A LITTLE DREAM OF ME


Stars shining bright above you,
Night breezes seem to whisper, "I love you";
Birds singin' in the sycamore tree;
Dream a little dream of me...

Say "nighty-night" and kiss me,
Just hold me tight and tell me you'll miss me;
While I'm alone and blue as can be,
Dream a little dream of me...

Stars fading, but I linger on, dear,
Still craving your kiss;
I'm longing to linger til dawn, dear,
Just saying this:

Sweet dreams til sun beams find you,
Sweet dreams that leave our worries behind you;
But in your dreams, whatever they be,
Dream a little dream of me

Stars fading, but I linger on, dear,
Still craving your kiss;
I'm longing to linger til dawn dear,
Just saying this:

Sweet dreams til sun beams find you,
Sweet dreams that leave our worries far behind you;
But in your dreams, whatever they be,
Dream a little dream of me



MamaCass7



mercoledì 10 ottobre 2012

BATTAGLIA NAVALE

L'INVINCIBILE ARMATA




Giocavo a battaglia navale ma in un modo nuovo.

"Le navi si muovono, nel mare - così pensai - e se voglio che tutto sia più realistico posso spostarle per evitare che siano colpite"
Il mio avversario chiamava le combinazioni di lettere e numeri ma le mie corazzate viravano per tempo sentendo l'attacco imminente grazie a una semplice matita dotata di gomma (questo dimostrava che le navi a matita sono più agili di quelle disegnate a biro)

I miei colpi invece giungevano precisi sul bersaglio quasi sempre: ci vuole un'ottima vista per essere bravi marinai e io riuscivo spesso a vedere le posizioni avversarie dal momento che l'altro giocatore non copriva a sufficienza il suo foglietto (pessima strategia di difesa per un generale).

Con questa tattica mi credevo imbattibile finché un pomeriggio il mio vicino di casa Alex mi sconfisse pesantemente per tre partite a zero.
Solo dopo molto tempo mi raccontò di aver usato in quella occasione una tattica ancora più ingegnosa: Alex le navi non le disegnava nemmeno, fingeva di farlo. "Militarmente parlando - mi disse - mi sembra giusto proteggere la mia flotta in un porto più sicuro piuttosto che esporla a una prevedibile decimazione in campo aperto"






   



venerdì 5 ottobre 2012

OCCUPAZIONE DEL PIANETA TERRA - PARTE TERZA

OCCUPAZIONE DEL PIANETA TERRA
RACCONTO A PUNTATE
PARTE TERZA

Continua il breve racconto a puntate inziato circa un mese fa. Subito qui sotto inserisco i link per gli occasionali lettori che volessero leggere anche il primo e il secondo episodio. Si tratta in realtà di una bozza di una storiella sugli alieni che spero abbia alcuni spunti interessanti e che sto modificando man mano per renderla più logica e fruibile.
In breve, nelle due puntate precedenti, gli alieni arrivano improvvisamente sulla terra con cinque immense astronavi sospese sopra altrettante città nel mondo. Dopo poche spiegazioni e una breve dimostrazione di forza in risposta a un attacco terrestre, diventano i nuovi padroni del Pianeta. Allìapparenza, i nuovi despoti, non sono terribilmente crudeli ma vogliono cibo in abbondanza: sono esseri che girano la Galalssia come nomadi invadendo i Pianeti e depredandoli di gran parte delle loro risorse.

 


Nel giro di pochi mesi l’economia mondiale aveva registrato un andamento poco controllabile. I prezzi nei settori alimentari erano aumentati ma allo stesso tempo anche la produzione. Gli altri generi cominciavano ad acquisire minore importanza anche se la vita continuava in maniera simile a prima.
Vivevamo in una dittatura che non necessitava di violenza o limitazioni alla libertà: la nostra paura era sufficiente a mantenere il controllo da parte degli extraterrestri senza che fossero necessarie altre dimostrazioni di forza se escludiamo risposte isolate a locali segnali di insofferenza e rimostranze. A ogni modo eravamo ingrigiti: si sorrideva poco, si scherzava anche meno e si era persa la voglia di essere vivi e di costruire, di progettare. Era come se fossimo una “generazione sfortunata” che doveva accettare quel mezzo secolo passivamente. Lasciando meno danni possibili. Senza contare l’avvertimento che, passati un paio di secoli, altri loro simili avrebbero di nuovo tentato di occupare il Pianeta.

Ogni giorno sembrava identico al giorno precedente.

Tutto questo però fino al momento in cui gli alieni scoprirono le loro nuove e grandi passioni,
tutto quello che mai ci saremmo aspettati:

Napoli

E la pizza.


Quando i primi tra loro si imbatterono in una vera pizzeria italiana a Londra, subito dopo il primo assaggio sembravano aver trovato l’Eldorado (così raccontarono i testimoni). La voce evidentemente si sparse in fretta e cercarono subito informazioni su quella prelibatezza scoprendo presto che non si trattava esattamente di un prodotto originale della City.

A tre mesi dal loro arrivo sul Pianeta, una folta comunità di quegli esseri cominciò a riempire le strade dei paesi intorno al Vesuvio. Pizza a parte erano rapiti dal paesaggio, dal Golfo e dal Vulcano e arraffavano persino dalle bancarelle dipinti dozzinali e statuette che raffigurassero Napoli e il suo mare.
A qualsiasi ora del giorno li trovavi nei tavolini delle pizzerie all’aperto, male incastrati tra tavolini troppo piccoli per i loro lunghissimi arti.
Il loro locale preferito inizialmente era “O’ guappo” a Mergellina. I gestori, dopo le prime iniziali incertezze, cominciarono a essere tutt’altro che infastiditi dalla loro presenza. Il motivo principale fu lo scambio di favori.
“O’ guappo” era in realtà un locale strettamente collegato a una delle famiglie camorristiche più importanti di Napoli che, più che rinunciare ai suoi interessi e alla clientela irrimediabilmente persa, cominciò a frequentare assiduamente il posto e a trattare gli alieni davvero come pregiatissimi ospiti. Alcuni di questi capi mafia si offrivano personalmente di scortarli nei luoghi più caratteristici del Golfo e i pochi testimoni raccontarono di averli sempre visti in rapporti estremamente cordiali tanto che questi enormi esseri gradivano quotidianamente la presenza di questi curiosi terrestri che non li temevano e che anzi parevano corrispondere volentieri a questo contatto culturale.

Tra potenti sembravano capirsi e i servigi di questi malavitosi portarono i loro frutti: quel locale e subito dopo parecchi altri in zona, per non parlare di molte altre attività ed esercizi di altro genere a Napoli, ottennero un’esenzione totale dal fisco obbligatoria, semmai avessero pagato le tasse in vita loro. Fu una delle rare intromissioni degli alieni nella gestione politica o economica a livello mondiale ma molti altri furono i favori pubblici e privati che giorno dopo giorno questi noti criminali riuscirono a conquistarsi tanto che, dopo quasi tre mesi, Gaetano e Saverio Staiano, fratelli e principali capi della cosca più potente di quell’epoca, furono i primi e unici terrestri a visitare un’astronave aliena sopra Londra.

La notizia, nata un po’ come leggenda da Internet, fu pian piano confermata da molti giornali che avevano visto i due criminali nella capitale Inglese. Si trattava tra l’altro di due latitanti ben noti alle forze dell’ordine italiane e che ora godevano ovviamente di una immunità assoluta. Ad ogni modo gli interessati non rilasciarono interviste e non si fecero vedere in giro se non assieme agli “ospiti” che rappresentavano la loro unica preoccupazione. I fratelli Staiano erano i primi “amici ufficiali” degli alieni, ammesso che entrambe le parti potessero conoscere anche solo il senso più generale dell’amicizia.