giovedì 4 ottobre 2012

LA CHEVRE DE MONSIEUR SEGUIN

LA CAPRA DEL SIGNOR SEGUIN

(texte original en bas de page)
Questa tristissima fiaba francese di Alphonse Daudet era forse la mia preferita nella prima infanzia.  Me la leggeva sepsso mio padre da un vecchio libro di narrativa francese, forse un suo volume di scuola degli anni '60 un po' strappato e senza più copertina.
E' una storia molto nota ma nonostante il profondo dramma del finale riusciva a entusiasmarmi tanto da chiederne spesso la rilettura, anche consecutiva. Fin da quando fui in età per intendere lo svolgimento di una favola, questa vicenda figurava nella mia mente moltissimi spunti di riflessione tanto da essere oggi uno dei più antichi ricordi della mia memoria infantile.

Oggi, a così grande distanza di tempo, mi è tornata in mente e la ripropongo sulle mie pagine, dopo averne riapprezzato la semplicità ma anche la profondità del messaggio in età adulta.



Il Signor Seguin non aveva mai avuto fortuna con le sue capre.
Le perdeva tutte nel medesimo modo: di mattina, rompevano le loro corde, se ne andavano nella montagna, e lì su il lupo le mangiava. Né le carezze del loro padrone, né la paura del lupo, niente le fermava. Erano, a quanto sembra, delle capre indipendenti, che volevano ad ogni costo l'aria pura e la libertà.
Il bravo Signor Seguin che non capiva nulla del carattere delle sue bestie, era costernato. Diceva:
      E' finita, da me le capre si annoiano , non ne avrò mai più una.
Tuttavia non si scoraggiava, e, dopo avere perso sei capre nello stesso modo, ne comprò una settima; solo che, questa volta, ebbe il buon senso di prenderla molto giovane, in modo che si abituasse a rimanere con lui.
Ah!Gringoire come era bella, la capretta del Signor Seguin!Come era bella con i suoi occhi dolci, la sua barbetta da sotto-ufficiale,i suoi zoccoli neri e lucicanti,le sue corna zebrate e i suoi lunghi peli bianchi che li facevano da pellanda!Era tanto carina quanto il capretto d'Esmeralda, te lo ricordi Gringoire?-e poi, docile, accarezzante,lasciandosi mungere senza muoversi, senza mettere il suo piede nella scodella. Insomma un amore di capretta...

Il Signor Seguin aveva dietro casa sua un recinto di biancospini.E' lì che rinchiuso la nuova ospite.
L'attaccò ad un palo, nel posto più bello del prato,avendo cura di lasciarle molta corda, e ogni tanto, veniva a vedere se stava bene.
La capretta era molto felice e brucava l'erba così volentieri che il Signor Seguin ne era felice.

      Finalmente, pensava il povero uomo, eccone una che non si annoierà con me!

Il Signor Seguin si sbagliava, la sua capra si annoiò.
Un giorno,  disse a se stessa guardando la montagna:

      Come si starebbe bene lì sopra! Quanto sarebbe piacevole  sgambettare nella brughiera, senza questa maledetta corda che mi scortica il collo!...Buono per l'asino o per il bue di brucare in un recinto!...Le capre,hanno bisogno di più spazio.

Da quel momento, l'erba del recinto le apparve scialba.
Le venne a noia.Dimagrì, il suo latte scarseggiò. Faceva pena a vederla tirare tutto il giorno la sua corda, la testa girata verso la Montagna, le narici aperte, facendo Mè!...tristemente.

Il Signor Seguin si rendeva conto che la sua capra aveva qualcosa ,ma non sapeva cosa fosse...Una mattina, quando finì di mungerla, la capra si girò verso di lui e gli disse nel suo dialetto:
      Ascoltate Signor Seguin, muoio di noia da voi, lasciatemi andare nella montagna.
      Ah!Dio mio!...Anche lei!gridò il Signor Seguin stupefato, e di colpo lasciò cadere la sua scodella; sedendosi nell'erba vicino alla sua capra esclamò:
      Come , Blanquette, vuoi lasciarmi!

E Blanquette rispose:

      Si, Signor Seguin.
      Ti manca l'erba qui?
      Oh!No!Signor Seguin.
      E' troppo stretta la corda, vuoi che l'allenti?
      No, non vale la pena,Signor Seguin.
      Allora di cosa hai bisogno?Cosa vuoi?
      Voglio andare sulla Montagna,Signor Seguin.
      Ma, disgraziata, non sai che c'è il lupo...Cosa farai quando arriverà?
      Gli darò dei colpi di corna,Signor Seguin.
      Al lupo non importano le tue corna.Mi ha mangiato delle capre  con delle corna più forti delle tue...Ti ricordi, la povera Renaude che si trovava qui l'anno scorso?..Ha lottato tutta la notte con il lupo...poi alla mattina,il lupo l'ha divorata.
      Peccato,povera Renaude!...Non fa nulla ,Signor Seguin,lasciatemi andare sulla montagna.
      Bontà divina!...disse il Signor Seguin;cosa succede alle mie capre?Eccone un'altra che il lupo si mangierà...Ah questo no!...Ti salverò comunque, birichina! E per evitare che rompi la corda, ti chiuderò nella stalla e ci rimarrai per sempre.

Così,il Signor Seguin portò la capra nella stalla completamente buia e chiuse la porta a doppia mandata.
Ma sfortunatamente aveva dimenticato di chiudere la finestra e appena andato via, la piccola scappò...Ridi Gringoire? Lo so che sei dalla parte delle capre contro il buon Signor Seguin...Ma vediamo se riderai ancora più tardi.
Quando la capra bianca arrivò sulla montagna, fu un vero incanto. I vecchi pini non avevano mai visto qualcosa di così bello.Fu ricevuta come una piccola regina.I castagni si abassavano fino a terra per accarezzarla con la punta dei loro rami.Le ginestre d'oro si aprivano al suo passaggio,e profumavano a lungo.Tutta la montagna le fece festa.

Pensi Gringoire come era felice la nostra capretta!
Niente corda,niente palo...nulla che l'impediva di sgambettare, di brucare a volontà...
La capra bianca , mezza ubriaca,si allungava con le gambe in aria e si arrotolava lungo i pendii, mischiata alle foglie cadute e alle castagne...poi di colpo si rialzava sulle sue zampe.Hop!eccola partita,le testa bassa, attraverso le macchie e le brughiere, prima su un picco,poi in fondo ad un burrone, in alto, in basso ovunque...Sembrava che ci fossero dieci capre del Signor Seguin sulla montagna.Non aveva paura di nulla Blanquette. Saltava in un colpo i grandi torrenti che la infangavano al suo passaggio...

Insomma ,fu una bellissima giornata per la capra del Signor Seguin.Verso mezza giornata s'imbattè in una truppa di camosci che stavano mangiando una lambrusca.Il nostro piccolo corridore fece sensazione...Si dice anche,ma questo deve rimanere tra di noi Gringoire,che un giovane camoscio, con il pelo nero,ebbe la fortuna di piacere a Blanquette. I due innamorati si persero nei boschi per più di due ore, e se vuoi sapere cosa si dissero,va a chiederlo alle fonti chiacchieroni che scorrono invisibili lungo il muschio.
All'improviso il vento divenne freschino.La montagna divenne viola;era notte.

      Già!disse la capretta;si fermò come stupita.
Giù i campi erano sommersi dalla nebbia.Il recinto del Signor Seguin era scomparso e si vedeva solo il fumo che usciva dal tetto della casetta...All'improvviso sussultò...
Poi fu un urlo nella montagna:
      Hu!Hu!
Pensò al lupo;tutto il giorno non ci aveva pensato per nulla...Suonò anche una tromba lontano nella valle.Era il buon Signor Seguin che faceva un ultimo sforzo per farla tornare.
      Hu!Hu! Faceva il lupo.
      Torna!Torna!urlava la tromba.
Blanquette ebbe voglia di tornare;ma ricordandosi del palo,la corda,la siepe del recinto,pensò che adesso non poteva più fare quella vita,che fosse meglio rimanere.
La tromba smise di suonare...
La capra sentì dietro di lei un rumore di foglie.
Girandosi vide nell'ombra due orecchie corte,dritte,con degli occhi luccicanti.Era il lupo.
Enorme,immobile,seduto all'indietro,era lì che fissava la capra bianca e che la mangiava con gli occhi.Il lupo non aveva fretta; si mise a ridere con cattiveria.
      Ah!Ah!la piccola capra del Signor Seguin!passò la sua grossa lingua rossa sulle labbra.
      Blanquette si sentì persa...Si ricordò la storia della vecchia Renaude che aveva lottata tutta la notte prima di essere divorata;si disse che forse era meglio lasciarsi divorare subito;poi cambiando idea,si mise in guardia,la testa bassa e la corna puntata,come una brava capra del Signor Seguin...Non che avesse la speranza di uccidere il lupo,ma solo per vedere se poteva resistere più a lungo della Renaude..
      Il mostro si avvicinò,e le piccole corna iniziarono la loro danza.
      Ah!la brava capretta,come caricava con il cuore in mano!più di dieci volte,non mento Gringoire, costrinse il lupo ad indietreggiare per riprendere il fiato.Negli intervalli della lotta,la golosa brucava in fretta un po' della sua cara erba;poi tornava alla carica,la bocca piena...Questo durò tutta la notte. Di tanto in tanto la capra del Signor Seguin guardava le stelle danzare nel cielo chiaro e diceva dentro di sé:
      Oh!speriamo di reggere fino all'alba...
Una dopo l'altra,le stelle si spensero.Blanquette radoppiò i colpi di corna,il lupo le dentate...
Una luce apparve all'orizzonte...il canto rauco del gallo salì da una cascina.
      Finalmente!dise la povera capra,che aspettava solo l'alba per morire;si allungò per terra nella sua bella pelliccia bianca macchiata di sangue...
Allora il lupo si gettò sulla capretta e la divorò.

A. Daudet






Alla fine degli anni '50, il grande attore francese all'apice della sua carriera, 
incise proprio questa fiaba su disco.



M. Seguin n’avait jamais eu de bonheur avec ses chèvres.
Il les perdait toutes de la même façon : un beau matin, elles cassaient leur corde, s’en allaient dans la montagne, et là-haut le loup les mangeait. Ni les caresses de leur maître, ni la peur du loup, rien ne les retenait. C’était, paraît-il, des chèvres indépendantes, voulant à tout prix le grand air et la liberté.
Le brave M. Seguin, qui ne comprenait rien au caractère de ses bêtes, était consterné. Il disait :
— C’est fini ; les chèvres s’ennuient chez moi, je n’en garderai pas une.
Cependant il ne se découragea pas, et, après avoir perdu six chèvres de la même manière, il en acheta une septième ; seulement, cette fois, il eut soin de la prendre toute jeune, pour qu’elle s’habituât mieux à demeurer chez lui.
Ah ! Gringoire, qu’elle était jolie la petite chèvre de M. Seguin ! qu’elle était jolie avec ses yeux doux, sa barbiche de sous-officier, ses sabots noirs et luisants, ses cornes zébrées et ses longs poils blancs qui lui faisaient une houppelande ! C’était presque aussi charmant que le cabri d’Esméralda, tu te rappelles, Gringoire ? — et puis, docile, caressante, se laissant traire sans bouger, sans mettre son pied dans l’écuelle. Un amour de petite chèvre…
M. Seguin avait derrière sa maison un clos entouré d’aubépines. C’est là qu’il mit sa nouvelle pensionnaire. Il l’attacha à un pieu, au plus bel endroit du pré, en ayant soin de lui laisser beaucoup de corde, et de temps en temps il venait voir si elle était bien. La chèvre se trouvait très heureuse et broutait l’herbe de si bon cœur que M. Seguin était ravi.
— Enfin, pensait le pauvre homme, en voilà une qui ne s’ennuiera pas chez moi !
M. Seguin se trompait, sa chèvre s’ennuya.


Un jour, elle se dit en regardant la montagne :
— Comme on doit être bien là-haut ! Quel plaisir de gambader dans la bruyère, sans cette maudite longe qui vous écorche le cou !… C’est bon pour l’âne ou pour le bœuf de brouter dans un clos !… Les chèvres, il leur faut du large.
À partir de ce moment, l’herbe du clos lui parut fade. L’ennui lui vint. Elle maigrit, son lait se fit rare. C’était pitié de la voir tirer tout le jour sur sa longe, la tête tournée du côté de la montagne, la narine ouverte, en faisant Mê !… tristement.
M. Seguin s’apercevait bien que sa chèvre avait quelque chose, mais il ne savait pas ce que c’était… Un matin, comme il achevait de la traire, la chèvre se retourna et lui dit dans son patois :
— Écoutez, monsieur Seguin, je me languis chez vous, laissez-moi aller dans la montagne.
— Ah ! mon Dieu !… … Elle aussi ! cria M. Seguin stupéfait, et du coup il laissa tomber son écuelle ; puis, s’asseyant dans l’herbe à côté de sa chèvre :
— Comment Blanquette, tu veux me quitter !
Et Blanquette répondit :
— Oui, monsieur Seguin.
— Est-ce que l’herbe te manque ici ?
— Oh ! non ! monsieur Seguin.
— Tu es peut-être attachée de trop court ; veux-tu que j’allonge la corde !
— Ce n’est pas la peine, monsieur Seguin.
— Alors, qu’est-ce qu’il te faut ! qu’est-ce que tu veux ?
— Je veux aller dans la montagne, monsieur Seguin.
— Mais, malheureuse, tu ne sais pas qu’il y a le loup dans la montagne… Que feras-tu quand il viendra ?…
— Je lui donnerai des coups de corne, monsieur Seguin.
— Le loup se moque bien de tes cornes. Il m’a mangé des biques autrement encornées que toi… Tu sais bien, la pauvre vieille Renaude qui était ici l’an dernier ? une maîtresse chèvre, forte et méchante comme un bouc. Elle s’est battue avec le loup toute la nuit… puis, le matin, le loup l’a mangée.
— Pécaïre ! Pauvre Renaude !… Ça ne fait rien, monsieur Seguin, laissez-moi aller dans la montagne.
— Bonté divine !… dit M. Seguin ; mais qu’est-ce qu’on leur fait donc à mes chèvres ? Encore une que le loup va me manger… Eh bien, non… je te sauverai malgré toi, coquine ! et de peur que tu ne rompes ta corde, je vais t’enfermer dans l’étable, et tu y resteras toujours.
Là-dessus, M. Seguin emporta la chèvre dans une étable toute noire, dont il ferma la porte à double tour. Malheureusement, il avait oublié la fenêtre, et à peine eut-il le dos tourné, que la petite s’en alla…
Tu ris, Gringoire ? Parbleu ! je crois bien ; tu es du parti des chèvres, toi, contre ce bon M. Seguin… Nous allons voir si tu riras tout à l’heure.
Quand la chèvre blanche arriva dans la montagne, ce fut un ravissement général. Jamais les vieux sapins n’avaient rien vu d’aussi joli. On la reçut comme une petite reine. Les châtaigniers se baissaient jusqu’à terre pour la caresser du bout de leurs branches. Les genêts d’or s’ouvraient sur son passage, et sentaient bon tant qu’ils pouvaient. Toute la montagne lui fit fête.
Tu penses, Gringoire, si notre chèvre était heureuse ! Plus de corde, plus de pieu… rien qui l’empêchât de gambader, de brouter à sa guise… C’est là qu’il y en avait de l’herbe ! jusque par-dessus les cornes, mon cher !… Et quelle herbe ! Savoureuse, fine, dentelée, faite de mille plantes… C’était bien autre chose que le gazon du clos. Et les fleurs donc !… De grandes campanules bleues, des digitales de pourpre à longs calices, toute une forêt de fleurs sauvages débordant de sucs capiteux !…
La chèvre blanche, à moitié soûle, se vautrait là dedans les jambes en l’air et roulait le long des talus, pêle-mêle avec les feuilles tombées et les châtaignes… Puis, tout à coup, elle se redressait d’un bond sur ses pattes. Hop ! la voilà partie, la tête en avant, à travers les maquis et les buissières, tantôt sur un pic, tantôt au fond d’un ravin, là-haut, en bas, partout… On aurait dit qu’il y avait dix chèvres de M. Seguin dans la montagne.
C’est qu’elle n’avait peur de rien la Blanquette.
Elle franchissait d’un saut de grands torrents qui l’éclaboussaient au passage de poussière humide et d’écume. Alors, toute ruisselante, elle allait s’étendre sur quelque roche plate et se faisait sécher par le soleil… Une fois, s’avançant au bord d’un plateau, une fleur de cytise aux dents, elle aperçut en bas, tout en bas dans la plaine, la maison de M. Seguin avec le clos derrière. Cela la fit rire aux larmes.
— Que c’est petit ! dit-elle ; comment ai-je pu tenir là dedans ?
Pauvrette ! de se voir si haut perchée, elle se croyait au moins aussi grande que le monde…
En somme, ce fut une bonne journée pour la chèvre de M. Seguin. Vers le milieu du jour, en courant de droite et de gauche, elle tomba dans une troupe de chamois en train de croquer une lambrusque à belles dents. Notre petite coureuse en robe blanche fit sensation. On lui donna la meilleure place à la lambrusque, et tous ces messieurs furent très galants… Il paraît même, — ceci doit rester entre nous, Gringoire, — qu’un jeune chamois à pelage noir, eut la bonne fortune de plaire à Blanquette. Les deux amoureux s’égarèrent parmi le bois une heure ou deux, et si tu veux savoir ce qu’ils se dirent, va le demander aux sources bavardes qui courent invisibles dans la mousse.


Tout à coup le vent fraîchit. La montagne devint violette ; c’était le soir…
— Déjà ! dit la petite chèvre ; et elle s’arrêta fort étonnée
.En bas, les champs étaient noyés de brume. Le clos de M. Seguin disparaissait dans le brouillard, et de la maisonnette on ne voyait plus que le toit avec un peu de fumée. Elle écouta les clochettes d’un troupeau qu’on ramenait, et se sentit l’âme toute triste… Un gerfaut, qui rentrait, la frôla de ses ailes en passant. Elle tressaillit… puis ce fut un hurlement dans la montagne :
— Hou ! hou !
Elle pensa au loup ; de tout le jour la folle n’y avait pas pensé… Au même moment une trompe sonna bien loin dans la vallée. C’était ce bon M. Seguin qui tentait un dernier effort.
— Hou ! hou !… faisait le loup.
— Reviens ! reviens !… criait la trompe.
Blanquette eut envie de revenir ; mais en se rappelant le pieu, la corde, la haie du clos, elle pensa que maintenant elle ne pouvait plus se faire à cette vie, et qu’il valait mieux rester.
La trompe ne sonnait plus…
La chèvre entendit derrière elle un bruit de feuilles. Elle se retourna et vit dans l’ombre deux oreilles courtes, toutes droites, avec deux yeux qui reluisaient… C’était le loup.


Énorme, immobile, assis sur son train de derrière, il était là regardant la petite chèvre blanche et la dégustant par avance. Comme il savait bien qu’il la mangerait, le loup ne se pressait pas ; seulement, quand elle se retourna, il se mit à rire méchamment.
— Ha ! ha ! la petite chèvre de M. Seguin ! et il passa sa grosse langue rouge sur ses babines d’amadou.
Blanquette se sentit perdue… Un moment en se rappelant l’histoire de la vieille Renaude, qui s’était battue toute la nuit pour être mangée le matin, elle se dit qu’il vaudrait peut-être mieux se laisser manger tout de suite ; puis, s’étant ravisée, elle tomba en garde, la tête basse et la corne en avant, comme une brave chèvre de M. Seguin qu’elle était… Non pas qu’elle eût l’espoir de tuer le loup, — les chèvres ne tuent pas le loup, — mais seulement pour voir si elle pourrait tenir aussi longtemps que la Renaude…
Alors le monstre s’avança, et les petites cornes entrèrent en danse.
Ah ! la brave chevrette, comme elle y allait de bon cœur ! Plus de dix fois, je ne mens pas, Gringoire, elle força le loup à reculer pour reprendre haleine. Pendant ces trêves d’une minute, la gourmande cueillait en hâte encore un brin de sa chère herbe ; puis elle retournait au combat, la bouche pleine… Cela dura toute la nuit. De temps en temps la chèvre de M. Seguin regardait les étoiles danser dans le ciel clair, et elle se disait :
— Oh ! pourvu que je tienne jusqu’à l’aube…
L’une après l’autre, les étoiles s’éteignirent. Blanquette redoubla de coups de cornes, le loup de coups de dents… Une lueur pâle parut dans l’horizon… Le chant d’un coq enroué monta d’une métairie.
— Enfin ! dit la pauvre bête, qui n’attendait plus que le jour pour mourir ; et elle s’allongea par terre dans sa belle fourrure blanche toute tachée de sang…
Alors le loup se jeta sur la petite chèvre et la mangea.
A. Daudet




mercoledì 3 ottobre 2012

OCCUPAZIONE DEL PIANETA TERRA - PARTE SECONDA

OCCUPAZIONE DEL PIANETA TERRA
RACCONTO A PUNTATE
PARTE SECONDA

Continua il breve racconto a puntate inziato circa un mese fa. Questo è il link per gli occasionali lettori che volessero leggere anche il primo episodio. Si tratta in realtà di una bozza di una storiella sugli alieni che spero abbia alcuni spunti interessanti e che sto modificando man mano per renderla più logica e fruibile.




La notizia di questo messaggio in pochi minuti fece il giro del mondo. I generali e le autorità presenti a poca distanza dal folto gruppo di alieni si affrettarono a chiamare personalmente chi di dovere per capire come comportarsi per quanto le informazioni necessarie fossero arrivate in Parlamento e alla Casa Reale prima ancora delle loro telefonate. Una unità di crisi era ovviamente operativa nel Parlamento inglese dalla sera prima, pronta a prendere qualunque decisione.

Il “forestiero” non sembrava particolarmente impaziente: rimaneva dritto e immobile con quel suo serpentone sulla schiena che si spostava di pochi centimetri ogni tanto. Allora mi sembrò un caso estremo di simbiosi, idea della quale ebbi conferma da alcuni scienziati in televisione per quanto pochi potessero avvicinarsi abbastanza all’oggetto dello studio tanto da poter dare una valutazione più precisa. Come ebbi modo di vedere in seguito, l’essere più piccolo occupava uno spazio non coperto da armatura, questo mostrava comunque che l’atmosfera terrestre non era nociva per le loro caratteristiche. Ad ogni modo utilizzavano sicuramente il loro elmetto anche come respiratore in quanto gran parte del loro capo era protetta sebbene visibile.


 I vertici politici e reali londinesi pensarono fosse una buona idea accontentare immediatamente il loro interlocutore e venti minuti dopo, mentre il mondo era fermo, nessuno era al lavoro e nessuna auto girava per la città, Elisabetta Seconda arrivò in auto con una abbondante scorta armata, fermandosi a una cinquantina di metri dalla creatura delle spazio. Quest’ ultimo muovendosi sempre il minimo indispensabile, allungò uno dei due arti, dotati di tanti piccoli tentacoli anziché dita e indicò un militare che fissava il cellulare, per poi spostare il suo braccio verso la Regina. Il concetto parve chiaro e subito a Sua Maestà fu fornito un telefonino da un uomo della scorta.
Le parole apparivano senza bisogno di suonerie o di messaggi anche se in una sequenza un po’ rapida: se il discorso fosse stato troppo lungo certo si sarebbe perso qualche passaggio. Per fortuna tutti nel quartiere potevano leggere e memorizzare in qualche modo le stesse scritte che apparivano uguali in ogni telefonino. Questo è ciò che scrisse quel mostro:


Sono COLO, del Pianeta ALEC. Sono nomi che vi forniamo come riferimento per dialogare, nomi che utilizzeremo da questo momento in avanti perché noi non usiamo nomi per definire le entità di qualsiasi tipo. Sono il membro portavoce di questa flotta. Riconosciamo nella vostra specie, tecnologicamente abbastanza avanzata per essere periferica nella Galassia, l’unica in grado di comunicare con noi e l’unica a gestire un potere su questo Pianeta.
Vi dichiariamo colonia del Pianeta Alec: altre astronavi giungeranno qui esattamente tra 180 dei vostri “anni”. Sono già partite da Alec mentre noi occuperemo le vostre terre solo per 45 dei vostri anni. Dopo partiremo verso un altro Sistema abitato non lontano dal vostro. Abbiamo mezzi e tecnologia superiori e l’abbondanza di risorse su Terra ci permette di non nutrirci di esseri della vostra specie ma di tutti gli altri per cui chiediamo di non resistere e non combattere contro di noi. Non vogliamo violenza contro una razza intelligente ma useremo violenza se servirà.




A quelle parole pensai: “poteva andare peggio. Se avessero voluto disintegrarci, in effetti, lo avrebbero già fatto”. In televisione diversi commentatori della BBC sostennero che gli extraterrestri potessero aver paura di qualcosa, forse della nostra reazione. Qualcuno ipotizzò addirittura che stessero bluffando con le loro “educate minacce”, che non avessero i mezzi per opporsi alle forza armate mondiali anche se l’evidente differenza tecnologica poteva impaurire.

La risposta arrivò in breve tempo. Un vecchio membro del Parlamento inglese, Sir Andrew Collins, fu nominato Ministro straordinario per la Crisi Aliena: a lui e al Primo Ministro furono dati poteri straordinari per agire e decidere in prima persona oltre al controllo delle forze armate Britanniche ma in tutto il mondo nel giro di pochi minuti erano già partite comunicazioni con gli USA, la Cina, La Russia e l’Ucraina oltre alla NATO per prendere decisioni unitarie e comuni e far rientrare tutte le missioni di guerra sparse per il mondo laddove potevano essere più utili al momento. Il Consiglio Generale delle Nazioni Unite era in seduta straordinaria da diverse ore e tutti i partecipanti rimasero dentro il Palazzo a Bruxelles per circa due giorni.
Mezz’ora dopo il comunicato nel centro di Londra lo scenario era cambiato di poco, con l’alieno ancora fermo nella stessa posizione ma con la presenza del Primo Ministro e del Ministro della Crisi in prima fila, aggiunti alla folla di autorità e militari autorizzati.
Il Premier inglese si portò in testa a questo “comitato di accoglienza” e scrisse il messaggio personalmente.


“Sono il Primo ministro della Gran Bretagna. Parlo a nome dell’intero Pianeta Terra dopo aver consultato altri Ministri e Re. Non ci riconosciamo colonia del Vostro Pianeta ALCO. Nessun governante al Mondo può prendere decisioni per l’intero Pianeta Terra. Vi accogliamo e vi tratteremo come ospiti se avrete comportamenti pacifici, fornendo l’assistenza che ci sarà possibile. Saremo felici di avere uno scambio culturale con voi e siamo anche noi contro l’uso non necessario della violenza”


Non si sapeva come e dove avrebbero letto il messaggio ma era evidente che qualcosa tra loro, se poteva usare quel mezzo per parlarci, poteva anche ricevere messaggi in qualche maniera. La risposta infatti non tardò ad arrivare: uno dei loro mezzi si girò lentamente verso le case sulla sinistra e dal foro anteriore già descritto fece partire un raggio azzurrognolo che distrusse una intera palazzina in pochi secondi: non pareva bombardata o esplosa, era come se cedesse la sua struttura da ogni punto colpito disgregando il tutto e riducendolo a un cumulo di macerie.


Ad un segnale dei Ministri e del Generale partì subito una risposta di forza Britannica. Un carro armato da una strada laterale fece esplodere una cannonata che provocò parecchi danni al manto stradale ma ben pochi ai mezzi avversari mentre numerosi soldati, lontani dalle autorità che vennero immediatamente allontanate dalla zona, aprirono il fuoco in massa contro le prime file di mezzi. Anche in questo caso i risultati furono deludenti: lo stesso alieno fuori dai mezzi si limitò ad arretrare di qualche passo lentamente, sempre osservando i militari ma non temeva troppo tutto quello che stava accadendo.

Il Generale fermò dopo circa due minuti, ripresi dalle televisioni, quell’inutile spargimento di fuoco. La prima fila di mezzi alieni puntò allora sull’esercito schierato i suoi raggi mentre un altro mezzo nelle retrovie colpì il carro armato che per primo aveva cominciato la risposta terrestre: quest’ultimo si fuse come un formaggio nel forno e lo stesso accadde con gli esseri umani, in una scena orribile che non dimenticheremo mai anche se non è stata praticamente più trasmessa e riprodotta, sembravano sciogliersi anziché bruciare come su un rogo.


Un nuovo messaggio apparve sui telefoni:


Il Pianeta Terra è colonia di ALC da questo momento. I suoi abitanti sono nostri sudditi che tratteremo con il dovuto rispetto ma che devono procurarci cibo e quant’altro potrà servirci. Chiediamo di portare qui la Regina di Gran Bretagna e il Presidente degli Stati Uniti di America, l’Imperatore di Roma, il Presidente della Repubblica Popolare Cinese e il Presidente di Russia. A loro non faremo male. Avete due giorni terrestri di tempo oppure distruggeremo diecimila case e elimineremo cento persone.

Il giorno dopo furono accontentati. Gli alieni nel frattempo erano scesi a centinaia dai loro mezzi ed erano stati ospitati in abitazioni poco distanti, con la dovuta cautela.
COLO, insieme ad altri 5 alieni apparentemente identici a lui e tutti accompagnati da quelle orribili lunghe bestie sulla schiena ricevette al chiuso gli uomini più potenti del mondo dopo che fu chiarita l’informazione sbagliata e poco attuale sul “Cesare” assente, sostituito dal Presidente del Parlamento Europeo.

Tutti dimostrarono lo stesso coraggio già offerto dagli inglesi il primo giorno. Comunicando a pochi metri con questi esseri mostruosi che non avevano bisogno del telefonino per sapere cosa gli umani stessero scrivendoci sopra. Comprendevano il messaggio scritto senza leggerlo e COLO rispondeva all’istante sugli schermi come se l’informazione venisse scritta direttamente dal suo cervello. Questo dopo aver comunicato con i suoi simili in qualche maniera che non era udibile all’orecchio: non emettevano infatti suoni particolari o versi.


Usciti dal Palazzo, i 5 potenti della Terra affrontarono una conferenza stampa unitaria e senza precedenti ai microfoni della BBC

Secondo i nuovi colonizzatori, i terrestri potevano continuare tranquillamente le loro attività produttive senza limitazioni alla libertà di espressione e di stampa sebbene, per tutti i 45 anni previsti per la loro occupazione, qualunque ricerca scientifica e tecnologica dovesse essere sotto il controllo delle autorità coloniali. Ad ogni modo tutte le strutture e gli abitanti, in qualsiasi momento, potevano essere utilizzati come servitù e proprietà di qualunque alieno ed essere a loro sottomessi. I governanti dichiararono con forza che nessuno avrebbe potuto accettare tali condizioni e che, nonostante la dimostrazione di forza degli occupanti, poteva rendersi necessaria una risposta molto più violenta da parte terrestre contro le 5 astronavi dopo aver consultato anche il consiglio di sicurezza ONU.


I giorni successivi, dopo un’immediata evacuazione in massa delle zone coinvolte, i cieli di parte delle 5 nazioni coinvolte direttamente dall’arrivo alieno videro il susseguirsi di una guerra aerea assolutamente inconsueta con il coinvolgimento di mezzi provenienti da tutto il Mondo. Al termine di questo breve tentativo fu evidente l’impotenza della forza umana contro quella aliena ma fu anche evidente come gli stessi colonizzatori si limitassero a una dimostrazione di forza minima e alla distruzione delle sole forze armate coinvolgendo il meno possibile le strutture civili.

L’uso delle armi atomiche, proposta avanzata da pochi membri, fu valutato dal Consiglio dell’ ONU come assurdo e da non prendere in considerazione in quanto avrebbe distrutto alcuni delle zone più importanti e produttive d’Europa e del mondo, avrebbe messo in ginocchio l’economia mondiale e la salute di una parte consistente della popolazione. L’alternativa proposta dai nemici della Terra sembrava decisamente meno terribile di un conflitto nucleare di tale portata.


I potenti del nostro pianeta decisero così per la resa senza condizioni, anche perché erano state già posti precedentemente limiti molto precisi che gli alieni non avevano intenzione di modificare. Per quanto prepotenti e invasori la loro violenza era prevista solo come risposta a un tentativo di insubordinazione e non era loro interesse terrorizzare ulteriormente la popolazione, non più di quanto facesse già la loro presenza, la loro superiorità militare e tecnologica, le loro immense navi spaziali sulle nostre teste o viste in televisione.

Così, giorno, dopo giorno, quasi ci abituammo alla loro presenza. Per quanto le nostre strutture fossero tutt’altro che comode per le loro dimensioni e la scarsa mobilità, si sedevano sulle nostre sedie, mangiavano nei nostri ristoranti ed entravano nei nostri supermercati. Il tutto ovviamente con un credito illimitato. Per quanto la loro popolazione sul nostro pianeta fosse irrisoria rispetto a quella umana, la loro voracità fece capire in fretta che questi esseri potevano aver calcolato 45 anni come un tempo necessario per prosciugare o quasi le risorse umane e poi spostarsi, come uno sciame di cavallette, verso altri mondi ricchi di cibo e acqua.


La loro cultura era meno distante del previsto dalla nostra ma solo in alcuni casi erano interessati al dialogo con gli umani. Per quanto non si occupassero di musica perché non in grado di ascoltarla erano letteralmente rapiti da molte altre forme d’arte. Non si trattava di un desiderio culturale o di conoscenza: sembrava più un piacere puro di vedere forme e strutture così evidentemente belle e diverse rispetto a quelle delle loro scarse tradizioni. Non erano abituati a dare tante spiegazioni a esseri considerati inferiori ma non ci temevano minimamente e rispondevano praticamente sempre alle domande che gli venivano poste. In alcune occasioni dissero che la loro civiltà era molto focalizzata sulla tecnologia da decine di migliaia di anni e, per quanto esistessero alcune forme di espressione artistica nella loro cultura d’origine, erano rare e poco avanzate. Consideravano essi stessi popoli nomadi che avevano abbandonato il pianeta di origine migliaia di anni prima dopo averlo irrimediabilmente inquinato e prosciugato delle sue risorse e dopo averne compromesso la stabilità atmosferica. Essendo ormai la quarta generazione dai tempi in cui i loro progenitori avevano lasciato ALEC, conservavano solo testimonianze tecnologiche della loro civiltà e cultura d’origine ed erano progrediti come una comunità autonoma, pressoché impossibilitati a comunicare con altre comunità partite verso altri sistemi stellari.